Amici Miei (1975), di Mario Monicelli

di Carla Nanni

“Alla fine della notte Firenze sembra dormire ancora. Il Perozzi, giornalista e capo redattore di cronaca va a prendere un caffè al bar. I cornetti freschi non sono arrivati e nel locale si respira fumo e si sentono le voci delle puttane che hanno staccato da poco il turno. Il buon Perozzi non ha voglia di prestazioni fuori servizio, ma non ha nemmeno voglia di tornare a casa perchè suo figlio è arrivato e ha coperto la macchina con ‘l’impermeabile’ (quelle coperture integrali per auto che andavano tanto di moda per ripararla dalle intemperie in assenza di garage) e non ha certo intenzione di sentire le sue prediche. No, il Perozzi ha bisogno di qualcosa, è uno di quei momenti in cui si sente un po’ zingaro e c’è solo un modo per risolvere la giornata: di sicuro, a quest’ora, il Melandri è già fuori con Birillo.”

Il soggetto originale era di Pietro Germi, ma alla sua morte fu Monicelli che diresse uno dei film più acclamati nel nostro paese (anche all’estero). Amici miei è uno tra quei film che rimangono appiccicati addosso come una seconda pelle, che si ritrova guardandosi allo specchio e ricordandoci che in qualche modo “la supercazzola ha sempre lo scappellamento a destra, come se fosse antani”.

È uno di quei film che si guarda consapevoli che, nonostante siano passati quarantacinque anni, Mascetti, Melandri, Sassaroli, Necchi e Perozzi, sono nomi familiari che si possono ritrovare nel bar sotto casa, di una qualsiasi città, di una qualsiasi provincia.

Amici miei è un sentimento univoco, “il gusto difficile di non prendersi mai sul serio” come dice il Mascetti all’inizio dell’Atto secondo. Agli onori della cronaca il fatto che fu campione di incassi quando uscì nel 1975, superando Lo squalo di Spielberg e inevitabile la scelta di continuare la storia dei cinque amici e consacrare uno degli ultimi baluardi della commedia all’italiana facendo altre due pellicole, L’atto 2 nel 1982 e L’atto 3 (diretto da Nanni Loy) 1985. Al giorno d’oggi l’avremmo chiamata trilogia, ma come suona meglio vederli come gli atti di una piece teatrale, che racconta in maniera magistrale la necessità di rimanere giovani e liberi, a dispetto del tempo che passa e dei limiti dei benpensanti, quel gusto difficile (veramente difficile) di non prendersi mai sul serio, per non farsi fregare dalla Vita.

La scena è ambientata a Firenze e nei suoi dintorni, nel bar di periferia del Necchi prende vita un gruppo di compagni che non si lascerà mai, uniti da uno spirito “zingaro” che li terrà uniti nonostante le differenze che hanno, di età, disponibilità economica, ceto sociale. La cosa che hanno in comune – e si vede in tutto il film – è il cocente bisogno di fuggire dalla quotidianità, dalla vecchiaia e infine da una morte insulsa, senza la certezza di aver vissuto veramente. Come la commedia all’italiana che si rispetti, Amici miei conserva quel retrogusto amaro che parla di cinismo, orgoglio ferito e miseria. In tutti e tre gli atti si respira forte un senso di malinconia, costante e evidente quando le scene sono accompagnate dalla musica, come l’inizio che apre sull’alba di Firenze e con la voce narrante di Perozzi che descrive se stesso e le noie di una cupa normalità. Gli unici che possono tirarlo fuori da quel sentimento di inquietudine sono proprio gli amici, quelli storici gli “amici miei” con cui fare quattro risate, con cui scherzare, amici di una vita, da cantare in macchina Il Rigoletto, mentre si va a fare una zingarata.

Viene molto usato lo stile narrativo del flashback, già dall’inizio, per spiegare l’entrata in scena del quinto amico, il Sassaroli, medico di alto livello ma con uguale spirito degli altri che dà prima il filo da torcercere ai quattro, ma che poi viene preso come elemento fondamentale nella squadra degli impuniti (ma simpatici) farabutti. Sarà usato anche nel secondo atto, perchè Perozzi (Philippe Noiret) muore alla fine del primo. La voce narrante della prima pellicola è l’elemento più fragile, quello che sente la malinconia dentro e ce la racconta, uno a cui servono gli amici per fuggire dalla sua quotidianità, perchè non ha uno stile di vita molto salutare – lavora di notte, fuma come un turco, la moglie lo ha lasciato e si è portata via il figlio – non che fosse una cosa triste per lui, visto il rapporto che si intuisce abbia con i congiunti, già dalle battute iniziali. Perozzi ha solo gli amici, quelli veri che lo aiutano nel momento del bisogno e quelli a cui affidarsi per rincorrere un po’ di leggerezza. Il momento più duro e significativo quando la moglie chiede agli amici se è vero che è morto o se è un altro dei suoi scherzi, ironico, perchè probabilmente sarebbe stata davvero una cosa da lui, triste perchè probabilmente Perozzi avrebbe voluto assistere alla scena e guardare la faccia della moglie davanti il proprio cadavere. Invece la Morte, il cui pensiero ha cercato di sfuggire per tutta la vita, lo coglie proprio sul più bello. La matrice della commedia all’italiana si rispecchia già nel primo film e si esaurisce sul volto del Conte Mascetti, quando spiega alla moglie del Perozzi che sì, il loro amico è morto davvero, anche se lei era li solo per accertarsene, c’è un po’ di cinismo, un po’ di squallore, quel lato scuro che fa da base alla satira esilarante e al sarcasmo. Ciò che rimane in bocca, quando si guarda Amici miei, oltre alle risate e alla supercazzola (che è diventata voce nell’italiano corrente, come sinonimo di nonsense) è che c’è qualcosa a cui non si può sfuggire, il tempo che passa e il bisogno di sentirsi giovani e liberi.

La voce del conte Mascetti (Ugo Tognazzi) introduce il secondo atto. Il nobile decaduto riflette sulla tomba dell’amico giornalista su quanto a dispetto di tutto, loro sono rimasti amici, gli unici che si ritrovano li, il giorno dell’anniversario della morte, pronti a dedicargli l’ennesima zingarata. Il Conte Mascetti è ‘povero in canna’, ma ci tiene ad avere il vestito buono (vecchio e consunto, ma buono) e mantenere l’orgoglio nobiliare, a discapito della moglie e della propria figlia, costrette in gravi ristrettezze, mentre lui se la spassa con gli amici ed è geloso della giovane amante. Tra tutti è la figura più patetica e il bello è che se ne rende conto, è uno di quei personaggi che non può fare a meno di certi comportamenti, di certi atteggiamenti, nonostante sappia quanto male arrechi alla propria moglie (meravigliosa Milena Vikotic), che tenta più volte il suicidio/omicidio col gas, senza mai riuscirci. Anche qui, gli unici che lo sostengono e lo aiutano sono proprio gli amici che sono uniti da lui da regole mai dette:”Hanno il diritto di sfottersi a vicenda, la voglia di ridere, di divertirsi e il gusto difficile di non prendersi mai sul serio”

Il terzo atto è introdotto dal Necchi, il proprietario del bar in cui si ritrovano gli amici (nel primo lo interpreta Duilio del Prete, poi sostituito da Enzo Montagnani) a lui il dovere di ricordarsi quanto sono invecchiati, mentre cantano il Barbiere di Siviglia alla volta di una nuova avventura, è un personaggio piuttosto mite, coccolato da una moglie fin troppo devota che gli concede tutto (al limite della decenza proprio) e che poi comunque, tradirà. del Necchi è lo scherzo più bello, quello ai danni di una famiglia altolocata e che gli vale l’appellativo di Genio. (Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione).

Melandri l’architetto (Gastone Moschin) ad esempio, grande appassionato di arte e poesia, è quello innamorato in ogni atto ed a ogni età, l’idea del sognatore romantico, che vede in ogni donna la Madonna e che spesso lascia gli amici a causa di queste cotte e tutte le volte li ritrova per liberarsene (dopo essere stato bastonato). La prima “Madonna” che incontra è proprio la moglie di Sassaroli (Adolfo Celi), emerito chirurgo e dapprima antagonista, cinico e disincantato, poi complice e amico, in un evolversi di divertenti situazioni, una tra tutte quando scarica sull’architetto innamorato la moglie, le figlie, il cane e la tutrice tedesca delle bambine.

La zingarata è una partenza che non ha meta, che può durare uno o più giorni, quando uno si sente zingaro, piglia e parte senza previsioni di ritorno e svolta dove vuole il cuore e dove gli dice la testa in quel momento. Lo zingaro non ha regole e se ne ha cerca di evitarle, ma cos’è il bello della vita, se non questo? Per i cinque amici non c’è altro da rincorrere, fino alla fine, persino alla fine, quando, costretti da evidenti limitazioni fisiche, sono costretti ad inventarsi altro modo per schiaffeggiare i passeggeri in partenza alla stazione. Monicelli confidò che i personaggi non erano del tutto inventati, ma ripresi e ispirati da persone che lui conosceva, e a dire il vero, se proprio andiamo a guardare, anche chi guarda questo film adesso può ritrovare in qualcuno che conosce un Melandri o un Sassaroli, se non come migliore amico, magari come vicino di casa ed è per questo che Amici Miei è un film che non conosce tempo, giovane, come giovani vorrebbero rimanere i suoi protagonisti.

“Bella figlia dell’amore, schiavo son dei vezzi tuoi , con un detto, un detto sol tu puoi le mie pene, le mie pene consolar”. (zan zan zan)

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