Sto pensando di finirla qui (2020), di Charlie Kaufman.

di Roberta Lamonica

“È tutta una bugia! Che andrà meglio; che non è mai troppo tardi; che Dio ha un piano per te; che l’età è solo un numero; che è sempre più buio prima dell’alba; che dietro a ogni nuvola c’è un maledetto raggio di sole; che c’è qualcuno per tutti noi e che Dio non ti dà più di quanto puoi sopportare».(Jake)

Dal 4 settembre è disponibile su Netflix, Sto pensando di finirla qui (I’m thinking of ending things), l’ultimo attesissimo lavoro di Charlie Kaufman, sceneggiatore e regista statunitense tra i più acclamati e originali (Anomalisa, Synecdoche, Essere John Malkovich, Eternal sunshine of the spotless mind, Il ladro di orchidee).

Tratto dal romanzo del canadese Iain Reid, il film di Kaufman ibrida più generi cinematografici e gioca con lo spettatore, costringendolo allo sforzo continuo di cogliere dettagli e situazioni solo all’apparenza insignificanti ma che acquistano senso nello stratificato quadro complessivo del film.

Sto pensando di finirla qui ha una struttura tripartita come una pièce teatrale. Nella prima parte è un road movie, il viaggio di una coppia di neo fidanzati, Jake (Jesse Plemons) e Lucy (Jessie Buckley) che va a cena dai genitori di lui, in campagna. Un viaggio sotto una tormenta di neve, che imbianca il paesaggio e fa perdere punti di riferimento cospicui; una blankness che azzera il tempo e fa emergere dal nulla altalene rosse, musical d’annata da radio commerciali e anziani bidelli nella loro ‘routine’.

E mentre la neve scende sul loro viaggio (che pare interminabile), Jake e Lucy (o Amy, o Louisa, o Yvonne, o Lucia) parlano, parlano e parlano. Di tutto: di fisica, di neurologia, di poesia (viene ripetutamente citato William Wordsworth, da entrambi i protagonisti), di pittura, di arte, in uno scambio dialogico articolato e complesso in cui Jake sembra quasi leggere il pensiero di Lucy (“Sto pensando di finirla qui”) e cerca di farle cambiare idea mostrandole quanto di interessante potrebbe condividere con lui e lusingandola con l’idea di un rapporto portato a livelli inarrivabili per coppie normali.

La seconda parte del film si sposta nei territori dell’horror psicologico con echi di lavori di Shyamalan e Peele. La tranquilla fattoria “nel mezzo del nulla” dove abitano i bizzarri genitori di Jake (splendida come sempre Toni Collette) diventa un luogo di inquietudine e spaesamento, casa di bambole che nasconde ricordi, memorie e segreti. Il vecchio bidello continua a sbucar fuori in modo decontestualizzato, macilento e piegato dal suo lavoro di pulizia e di ‘guardone’ della dinamica vita scolastica di cui è ai margini, invisibile e malvisto; un cane che c’è ma poi non c’è più e la visita alla stalla, gli agnelli morti sulla porta della stessa e la storia dei maiali rosi in vita dai vermi, tutto anticipa la sensazione di morte e putrefazione che si respirerà nel film da questo momento in poi. Alla tela bianca, la neve, totalmente da inventare e dipingere della prima parte del film, si sostituisce un interno colorato e curato, ricco di elementi che richiamano al passato di coloro che vi vivono o vi hanno vissuto.

E Lucy (Lucia, Amy, Yvonne, Louise?) sperimenta una sorta di condizione sospesa in cui i piani temporali si intersecano, si sovrappongono e si sfasano e in cui letteralmente ‘vede’ tutti i passaggi della vita privata e familiare di Jake, i suoi interessi culturali raffinati, il suo amore per la pittura impressionista (“Ma i quadri in cantina non erano di Lucy?”), le sue divise in lavatrice (“Ma perché tutte quelle divise con la ‘R’, tutte uguali?”), le ceneri del suo cane nella sua camera da bambino, un libro di recensioni di Pauline Kael.

“Sto pensando di finirla qui”. Portami a casa, Jake. Devo tornare a casa”.

Nella terza parte del film la tensione e l’inquietudine di Lucy diventano tangibili. Si torna a casa in auto, nella tormenta, e qui il film assume tinte lynchane, soprattutto quando i due fidanzati si fermano in un chiosco Tulsey Town apparso dal nulla, dalle vaghe atmosfere hopperiane, per comprare due gelati che non mangeranno, serviti da una gelataia che forse non esiste, in putrefazione come i maiali della stalla, Cassandra triste e spaventata, a cui fanno da contraltare due ‘dumb blond’ che guardano Lucy e Jake – soprattutto Jake – con uno sguardo vacuo e spettrale.

Analisi critiche coltissime di film infiniti come Una moglie, di John Cassavetes da parte di Lucy (“Ma il libro della Kael non era di Jake?”); titoli di coda di vecchi film di Zemeckis, cartoni animati che danno vita a incubi e fantasie infantili, pezzi di ricordi di jingle pubblicitari, passi di danza che anticipano la rivelazione finale, invertono il protagonista e suggeriscono che quel “finirla qui” non sia relativo alla relazione amorosa ma, forse, alla propria esistenza.

La hit di un’estate non ancora finita, Death bed (coffee for your head), di Powfu, descrive il momento in cui si accetta che la morte arrivi a prendersi una vita e ipotizza il modo in cui lasciarsi accompagnare nel momento di passaggio, con la propria voce che si unisce a quella della Nera Mietitrice, fino a spegnersi in essa.

Sto pensando di finirla qui, potrebbe essere letto come un’opera sul bisogno di lasciare traccia di sé nel momento del passaggio, come una meditazione elegiaca sulla vita, sulle occasioni sprecate, su quelle mai colte, sulla disillusione delle speranze, sul bisogno di credere nell’unicità di un sentimento d’amore. Lucy non c’è mai stata o forse Jake non ha mai avuto il coraggio di chiamarla, o forse è la parte di sé che Jake ha dovuto soffocare per essere accettato dalla società. Una madre fredda dietro cortesia e urbanità, un padre debole, la solitudine, la vocazione artistica frustrata, la sensazione di essere considerato uno zero, fanno di Jake la maschera grottesca (come nella scena onirica del premio Nobel ricevuto) dell’uomo moderno, chiuso nel solipsismo della sua condizione esistenziale.

Il bianco, colore di morte e resurrezione, di rinascita e di assenza, avvolge Jake e i suoi ricordi, la sua vita e l’oblio perpetuo a cui è destinata. Un viaggio faticoso ed angosciante di Charlie Kaufman nelle sue paure più profonde, (evocativi i richiami a David Forster Wallace, morto suicida a 46 anni), Sto pensando di finirla qui si avvolge su se stesso, in alcuni tratti autocompiacendosi della molteplicità di strati e di interpretazioni possibili. In questo Kaufman non accompagna lo spettatore a partecipare dei suoi spettri più profondi, ma piuttosto lo tiene a distanza, disseminando il film di infinite suggestioni e riferimenti che paiono spesso più un esercizio di tecnica e stile fini a se stessi che la manifestazione di una fragilità tanto palpabile da poter essere compatita e condivisa dal suo pubblico che, nonostante tutto, resta affascinato dalla bellezza dei dialoghi e dalla poesia che trasuda da ogni singola scena del film.

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