Straziami ma di baci saziami, di Dino Risi (1968)

di Roberta Lamonica

Straziami ma locandina |Re-movies
Locandina

Premessa

Contro il capitalismo e la sua cultura, la Chiesa, la politica, il ruolo della donna, e non solo: il ’68 annusò l’odore di cambiamento, il bisogno di ridefinire i modelli di convivenza civile e travolse con la sua forza rivoluzionaria un’intera generazione. Non furono immediati i mutamenti, ma lenti e inesorabili. I giovani divennero consumatori e quindi ‘influenti’; cambiò il rapporto tra i sessi, le culture si contaminarono, il Cattolicesimo smise di regolare le scadenze della vita. Soprattutto, ci si avviò alla fine di una società che si era organizzata, fino ad allora, secondo ‘mondi divisi da appositi steccati’. Si gridava, nel ’68, ci si riuniva nelle università, si contestava. Diversamente, Dino Risi affronta il ’68 con due film che all’apparenza sono anni luce lontani dal fermento e dalle strade irrequiete di quegli anni. Uno è Il Profeta, con Vittorio Gassman, la storia di un ‘eremita’ corrotto da media, fama e denaro, che finisce a fare l’oste in una trattoria, rinnegando tutti i principi etici e filosofici su cui aveva costruito la sua vita; l’altro è Straziami ma di baci saziami, melodramma grottesco (amatissimo da Fellini, fra gli altri) che racconta la fine di quel mondo che il ’68 voleva distruggere, perpetuandolo ironicamente nell’happy ending finale.

Nino Manfredi straziami |Re-movies
Nino Manfredi e Pamela Tiffin

Straziami ma di baci saziami

Balestrini Marino (Nino Manfredi) e Di Giovanni Marisa (Pamela Tiffin) si incontrano a una rassegna folkloristica allo Stadio dei Marmi di Roma, ‘l’eburneo stadio’, come lo definisce il commentatore radiofonico con toni da Istituto Luce del Ventennio. Egli descrive la presenza massiva di spettatori mentre la macchina da presa inquadra spalti praticamente vuoti, preconizzando il potere mistificatorio dei mezzi di comunicazione e il crescente disinteresse nei confronti di eventi legati alla tradizione contadina. Ma Marino e Marisa sembrano vivere sospesi in una dimensione strapaesana in cui le canzonette che si ascoltano diventano parte di un lessico comune condiviso, dove ci si innamora al primo sguardo e si è pronti ‘all’inZano gesto’ se il genitore rifiuta il consenso alle nozze. Age e Scarpelli scrivono una sceneggiatura strepitosa (alla quale contribuisce anche Dino Risi), continuando il loro lavoro di indagine e analisi sulla lingua italiana e le sue varianti. Marino e Marisa si esprimono usando i codici tradizionali della cultura popolare rimodulati e scomposti secondo le nuove istanze pop che venivano dal mondo del fotoromanzo, del cinema, delle canzonette, appunto e del gergo giovanilistico. Del loro dialetto sgrammaticato Risi disse che “i due parlano un linguaggio storpiato da un generico idioma campagnolo centroitalico, con vaghe risonanze piceno-maceratesi“; sicuramente il loro modo di esprimersi contribuisce in modo determinante al fatto che molte delle situazioni da feuilleton di cui i due innamorati sventurati sono protagonisti non risultino patetiche ma incredibilmente comiche e verosimili.

Di Giovanni Marisa (Pamela Tiffin)

Dunque il barbiere Marino lascia il suo paese in Ciociaria, Alatri, per attraversare le ‘inospitali nevi’ dell’appennino marchigiano e raggiungere la sua bella Marisa. In un mondo in cui l’occupazione nelle grandi città era già gestita da centri di collocamento più o meno affidabili, Marino nello sperduto Sacrofante Marche può vantare un curriculum di tutto rispetto e un ‘benservito’ (le referenze, praticamente) che gli garantiscono un immediato impiego presso la barberìa del paese. Esilarante la sua descrizione dei tagli che sa eseguire:”Tiraliscio, alla Oberdan, alla mascagna, all’umberta, anche mano speciale per il riporto, semplice, girato, di rinverso, una mia specialità frizione al torlo d’ovo, con chiara per bulbi deperiti (…) Scultura a rasoio, taglio strinato a candela, stiramento capello riccio a phon, cotonatura stile Ringo, taglio a spazzola, a pioggia, a scalare, pizzuto, a pera, ed eseguisco anche il taglio capellone, benché ormai al tramonto… Ma se capita…“. Insomma, Marino si sistema e l’amore ben presto decolla, tra gridolini, smorfiette, schermaglie e primi baci. Tra una disquisizione sull’esegesi de L’immensità di Don Backy, seduti davanti a un romantico tramonto (“d’artra parte il congetto è ribadito pure nella canzone C’è una casa bianca che…”) e le serate al cinema del paese a sospirare sul dramma degli amanti del Dottor Zivago, gli innamorati sognano e progettano. Ma il consenso negato dell’irremovibile padre di lei, spinge i due alla decisione di compiere l’insano gesto sui binari della ferrovia, aspettando un treno che, già allora, era in ritardo: “Chi more prima soffre meno. Vuoi passa’ al posto mio?”.

Straziami: il suicidio |Re-movies
Il tentato suicidio

Alla fine la Provvidenza provvede e i due ‘promessi sposi’ possono organizzare il loro matrimonio. Ma l’invidia e le voglie della proprietaria della pensione in cui vive Marino, una indiavolata Moira Orfei (“Forse lei attraversa un momento di calore, ma poi passa”) e il temperamento geloso del barbiere ciociaro, portano i due alla rottura del loro fidanzamento. Così si conclude la parte ‘arcadica’ del film. Da qui l’azione si sposta a Roma. Marino cerca Marisa come si cerca il Santo Graal ma lei sembra irrintracciabile. In realtà ha trovato conforto e lavoro presso il sarto sordomuto Ciceri (uno straordinario Ugo Tognazzi) che in seguito sposerà. Dopo alterne vicende, Marino riesce a ritrovare Marisa ma l’ignaro sarto Ciceri si frappone – suo malgrado – alla realizzazione del loro sogno d’amore.

Ciceri e Marino in Straziami | Re-movies
Tognazzi e Manfredi in una scena del film

Straziami ma di baci saziami: Marino e Marisa in un paese che cambia

Straziami ma di baci saziami si inserisce in quel filone cinematografico teso ad analizzare gli umori di una società che, mentre è proiettata nel vortice della modernità e del consumismo, fa una revisione del proprio passato. Marino, Marisa, i compaesani ma anche il sarto Ciceri, rappresentano in modo differente la crisi di identità provocata da questa trasformazione generale sull’individuo, che mostra difficoltà sul piano affettivo, ideologico e sociale. E così Marino e Marisa, disarmati di fronte a cambiamenti che hanno interiorizzato solo a livello superficiale, si trovano a confrontarsi con i soliti personaggi che ostentano la loro ricchezza e la decadenza morale dei costumi (la scena del vino nella villa dell’ingegnere, il sempre ottimo Gigi Ballista, è un piccolo capolavoro comico e quella di Marino ricorda la reazione di Silvio Magnozzi durante il party in Una vita difficile). Allo stesso tempo il film si apre alla rappresentazione di sacche di sottosviluppo e miseria che coabitano nello stesso spazio, basti pensare alla fame cui si riduce Marino, e al sottobosco di povertà materiale e culturale che conta, per orientarsi nel delirio del cambiamento sociale, sull’aiuto di inadeguate istituzioni (il Babbo Natale e Telefono Amico).

In un film che fa dei dialoghi e delle situazioni comiche il proprio punto di forza, non possiamo ignorare lo sguardo attento e da ‘entomologo’, come Risi stesso lo definiva, sui cambiamenti di una società che non separa e distingue i buoni dai cattivi, l’equità dalla sopraffazione, l’etica dalla corruzione. Prostituzione (la donna all’ufficio delle inserzioni), contraccezione (“Non se ne parla! La Chiesa di queste cose non ne parla!”), mondo del lavoro in cambiamento, mancanza di attenzione per i più deboli, politiche assistenziali umilianti e superficiali, come nel caso dello psichiatra che incontra un Marino aspirante suicida la vigilia di Natale (“Marisa è la mamma. Il bisogno della mamma che lei avrà perso giovanissima…” “Ma aveva 86 anni”. “Ecco. Vede?”). La civiltà dell’immagine ha aumentato la rappresentazione della parte mostruosa della vita, lasciando indietro quelli che per diversi motivi non si conformano o non riescono a farlo.

Straziami, omaggio a Wilder |Re-movies
L’omaggio a Wilder

Straziami ma di baci saziami: interpreti strepitosi per un film stratificato

Straziami ma di baci saziami è un film stratificato, da leggere secondo diverse prospettive, dunque. Essenzialmente, specie nella seconda parte, è un esilarante triangolo amoroso in cui il terzo lato non può parlare né sentire e che, forse, non è nemmeno interessato a essere parte del triangolo. Ugo Tognazzi è fantastico nel riproporre fisionomia e arte di Harpo Marx: la sua ordinazione del caffè con il fischio a Ettore Garofolo è memorabile, cosi come le confessioni allo zio monaco sulle sue défaillance nell’intimità in una recitazione che gioca sull’ambiguità e anticipa le atmosfere de Il vizietto. Ma sono Marisa e Marino, il loro amore fuori dal tempo e la loro goffaggine a costituire il fulcro del racconto. Risi li segue con affetto, senza mai farli degenerare nella macchietta e rispettando la natura essenzialmente candida dei loro personaggi. Nino Manfredi presta volto e arte a un Marino che difende con orgoglio la sua dignità, anche quando sembra averla persa, e le origini della tradizione centro-italica di cui si sente parte (“Nelle Marche c’erano l’Etruschi e ai Romani gliele hanno cantate spesso!”). Semplice ma non sempliciotto, mai sopra le righe, come sempre il grande Nino nazionale, diventa il cavaliere/barbiere, spaesato ma ‘sano’ nella Capitale, che pur disposto a tutto per la sua donna, mantiene un’integrità e un senso dell’onore profondi. Scanzonato e malinconico, è ben conscio che la propria dimensione non è quella che la grande città gli offre, quel mostro urbano che tanto lo ha fagocitato, in brevissimo tempo, da ridurlo in miseria e portarlo quasi alla morte. Solo la Provvidenza, (una fortunata vincita, in realtà!) potrà salvarlo dalla completa rovina. Capace di cambiare registro recitativo nelle diverse situazioni del film, colpisce la misura con cui dosa sospensioni, pause e battute fulminanti, che risultano esilaranti a ogni visione. Brava anche Pamela Tiffin, doppiata dalla nostra Flaminia Jandolo, a dar vita ad un personaggio che è meno ingenuo di quanto smorfiette e occhioni spalancati di apparente stupore possano suggerire.

All’ospedale

Le musiche del maestro Trovajoli, strepitose, e le canzoni pop dell’epoca sono fondamentali nel film, perché forniscono il sostrato linguistico e lessicale per lo scambio comunicativo tra i protagonisti, il loro segno di illusoria emancipazione rispetto al contesto culturale e sociale di provenienza. Mentre Oltremanica impazzavano Beatles e Rolling Stones e i giovani contestatori italiani si adeguavano e gradivano, Marisa e Marino restano nel solco della tradizione melodica italiana che fornisce loro, in qualche modo, schemi rassicuranti di comportamento: ‘La musica è finita’, di Ornella Vanoni, ‘Ragazzo triste’ di Patty Pravo, ‘Io ti sento’ e ‘Casa bianca’, di Marisa Sannia, ‘L’immensità’ di Don Backy e infine ‘Creola’, il melodrammatico e passionale tango dal cui testo è tratto il titolo al film che contribuisce a rendere ancora più comici gli struggimenti d’amore di Marino e Marisa.
Diverse le citazioni cinematografiche nel film, da quella palese de Il dottor Zivago ad A qualcuno piace caldo (Billy Wilder, amatissimo da Risi) nella scena al ristorante a carnevale, ad alcune suggestioni in chiave comica ai noir alla Bonnie and Clyde nel taxi verso la fine del film, per citarne alcuni.

Marino e Marisa |Re-movies
Marino e Marisa al cinema

Conclusioni

Nell’anno della contestazione rumorosa, il grande Dino Risi sceglie di fare un film in cui un personaggio chiave vive nel silenzio totale; svuota la parola (ma solo a una lettura superficiale) di significato politico, e lo fa finire con una scelta ironicamente reazionaria. Chi aveva recuperato la parola, unico personaggio davvero candido e rappresentante di una minoranza che non ha voce, ne viene privato definitivamente e l’unione sacra dei due innamorati assume il sapore beffardo del compromesso, della corruzione e definitiva perdita dell’innocenza, paradossale metafora del tramonto di un mondo e dei suoi valori.

Scheda film

Genere: Comico, Commedia. Anno:1968. Regia: Dino Risi. Interpreti: Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Pamela Tiffin, Gigi Ballista, Ettore Garofolo Durata:105min. Sceneggiatura:Age, Scarpelli e Dino Risi Fotografia: Sandro D’Eva Scenografia: Luigi Scaccianoce Costumi: Gaia Rossetti Romanini. Montaggio:Antonietta Zita Musiche: Armando Trovajoli

🛑 Il film è disponibile su Youtube

https://youtu.be/sPcrEBty6Ac

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