Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

di A. C.Di pari passo con i momenti salienti tra il periodo della Resistenza e il fiorire del boom economico italiano degli anni ‘60, hanno luogo le vicende di Silvio Magnozzi (Alberto Sordi).

Prima combattente partigiano e, dopo la nascita della Repubblica nel 1946, giornalista squattrinato e idealista, attivo più che mai nella lotta di classe (tanto da finire perfino in prigione) e totalmente avverso ad ogni forma di arrivismo e compromissione, Silvio Magnozzi incarna quella generazione di italiani che ha contribuito a fare l’Italia e che viene poi messa alle corde, incapace di trovare una collocazione rispetto a dinamiche socio-politiche fatte di aggiustamenti e compromessi, un po’ come per i tre protagonisti di ‘C’eravamo tanto amati’, di E. Scola. Un matrimonio sempre più in declino per le insanabili divergenze con una moglie pragmatica (una stupenda Lea Massari), convinta che nell’Italia neorepubblicana non ci possa essere spazio per i suoi ideali, Silvio precipita nella disperazione più nera.Tra i primissimi capisaldi di Dino Risi -che sarà seguito in successione da altri due pilastri della sua filmografia quali ‘Il sorpasso’ e ‘I mostri’- ‘Una vita difficile’ è una panoramica sul cambiamento socio-culturale del Belpaese nel passaggio tra la vecchia e la nuova realtà politica, visto con gli occhi dell’irremovibile idealista Magnozzi (un Sordi perfettamente bilanciato tra registro comico e drammatico), incapace di adattarsi ad una società cinicamente disinteressata a valori ritenuti estinti, e fino allo stremo recalcitrante verso una qualunque forma di sottomissione (significativa la scena degli sputi contro le macchine sulla strada di Viareggio). Per la prima volta la maschera “sordiana” non si piega alla rappresentazione di un italiano squallido e privo di amor proprio, ma restituisce allo stesso una dignità, pur frustrata e infruttuosa.

La Massari (doppiata nel film da Rita Savagnone) fa da contraltare alla grande a un Sordi perfettamente a suo agio nel ruolo di un uomo deluso da tutto ciò in cui ha creduto, ma anche Fabrizi nel ruolo dell’amico facilmente corruttibile si fa decisamente notare. Tanti i momenti indimenticabili. La cena con i nobili la notte dei risultati del Referendum costituzionale è uno di quelli. Silvio e Elena vengono casualmente invitati a cena a casa di nobili da una vecchia conoscenza di lei perché sono in tredici a tavola e ciò non è ben augurante in vista dei risultati referendari. I due salgono in casa, si siedono e si trovano davanti un panorama umano grottesco e assurdo: una vecchia centenaria, un nipote cieco, un assortimento di nobiltà ripugnante e decadente. La vecchia guarda Silvio e gli chiede: «Ah, perché la gente vuole tanto male al re? Perché?». «Forse perché se n’è andato a Brindisi invece di salire in montagna con i partigiani», risponde Silvio. Elena cerca di mediare: «Ma dai Silvio, in montagna, quel povero vecchietto?». Un nobile replica stizzito: «Ah, i partigiani: gentaglia che ha fatto solo confusione!».

Finalmente arriva a tavola un enorme vassoio di pasta. Elena ne serve a Silvio una porzione spropositata. Mentre Silvio sta per lanciarsi sulla pasta, la radio comunica i risultati del referendum. Segue un’esilarante reazione dei nobili che lasciano la tavola indignati, mentre la vecchia ha un malore e Silvio e Elena continuano a mangiare e a brindare noncuranti e felici.La sceneggiatura del film di Sonego (uno dei più grandi autori del cinema italiano), è straordinaria e dettata dall’esperienza personale dello scrittore.

Pur costretto a condividere l’affollato palcoscenico di allora con monumenti del panorama nazionale (Fellini, Visconti, De Sica, Antonioni, Monicelli, Comencini), il film non perde assolutamente di prestigio nella produzione italiana degli anni ’60 e rappresenta un capolavoro necessario a comprendere la forza di un cinema che ci porta a sperare che forse qualcuno troverà anche oggi il coraggio di ribellarsi a una società corrotta e senza valori, di dare un bel ceffone in faccia al potere e di abbandonare poi la scena. Con dignità.

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