Il carretto fantasma, di Victor Sjöström (Svezia, 1921)

di Girolamo Di Noto

È un compito alquanto arduo scegliere un film che possa dare una misura dello spessore del cinema, è estremamente complicato poter selezionare un capolavoro della settima arte che possa in qualche modo rappresentarla. Quando allo storico Eric Hobsbawn venne chiesto qual fosse il suo film preferito, lui rispose che la domanda era sbagliata, perché “il cinema è una corrente, e non ha senso pescare una goccia dal corso di un fiume”. Tuttavia, se proprio vogliamo citare un esempio, Il carretto fantasma di Sjöström può considerarsi a tutti gli effetti uno dei film più belli e importanti della storia del cinema, che ha influenzato molte opere successive, dal Nosferatu di Murnau al Settimo sigillo di Bergman, fino ad arrivare a Il cielo sopra Berlino di Wenders, solo per nominarne alcune.

Il film si sviluppa attorno ad una leggenda scandinava secondo la quale le anime dei defunti sono raccolte per conto della Morte da un lugubre carrettiere fantasma, che può lasciare il proprio ruolo quando un uomo perisce in un peccato mortale, allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno. L’uomo in questione è David Holm, un alcolizzato violento e malato che muore a seguito di una rissa alla mezzanotte di Capodanno.

Il carretto fantasma è un film intorno a questa vita perduta. David Holm (interpretato dallo stesso Sjöström) è un personaggio integerrimo fino a quando non scopre l’alcol: comincia sempre più a bere, diventa altezzoso, aggressivo, incapace d’amare la moglie e i suoi figli fino a portare la sua vita alla dissoluzione. Il tema dell’ubriachezza non è però il solo ad essere trattato, ma si inquadra in un’atmosfera visionaria in cui l’irruzione del fantastico, attraverso la leggenda del carrettiere della morte, diventa lo strumento per l’affermazione di una dimensione soprannaturale dell’esistenza.

Questo racconto fantastico, adattato da un’opera del premio Nobel Selma Lagerlöf, si inserisce in una cornice caratterizzata da alcuni temi di rilevanza sociale come l’alcolismo, la tubercolosi, il risveglio religioso rappresentato dalle chiese libere, tuttavia concentra più la sua attenzione verso il soprannaturale, inquadrando la perdizione e la redenzione di David Holm in una visione mistica della vita e dell’amore. Reale e fantastico convivono in questo film e il trucco magico che Sjöström compie consiste nel tenere in equilibrio queste due disparate sfere, nel far giochi di destrezza con esse, nel conservarle in uno stato di coerenza.

Sjöström è uno di quei registi che, pur soffermandosi sull’aspetto sociologico, sente, come direbbe Nabokov, “il brivido rivelatore tra le scapole”. Il film può essere considerato un atto d’accusa contro l’alcolismo, qui additato alla stregua di una malattia contagiosa, ma è l’impatto emotivo, l’incanto delle immagini quello che più sorprende e che rende grande il regista. Sjöström è stato uno dei primi registi a usare la “doppia esposizione”, vale a dire la sovrimpressione di due immagini diverse sullo stesso tratto di pellicola. La tecnica da lui usata con esiti straordinari- non dimentichiamo che si tratta di un film del 1921- produce la percezione di una realtà dai molti strati e dà ai suoi “quadri” una pura forza visiva.

Ad un secolo dalla sua uscita, il film ha ancora il potere di meravigliarci. Indimenticabili le scene che richiamano il soprannaturale, incarnato dal carretto fantasma e dal suo lugubre conducente, gli innumerevoli flashback che scavano nella coscienza del protagonista fino a portarlo alla consapevolezza del male che ha perpetrato in vita, ai rimorsi e alla sua miracolata redenzione. Degne di nota le sequenze che riprendono l’anima di David attraversare le porte e i muri, distaccarsi dal suo corpo per poi ritornare dentro a “nascondersi”, rifiutando la propria condizione di morto.

Sjöström è un grande maestro nel riuscire a tenere insieme la dimensione fantastica con i fatti del mondo reale così come è abile nell’usare la luce come un elemento drammaturgico facendo irrompere il soprannaturale nei volti dei personaggi, carichi di una ricchezza espressiva che contrasta con la miseria degli ambienti. Questi contrasti che sono propri del cinema espressionista sono evidenti sia dal punto di vista formale grazie alla fotografia cangiante di Julius Jaenzon che usa il giallo dorato negli interni e il blu lunare negli esterni notturni, sia nella descrizione dei personaggi.

Se David è un uomo che si scaglia contro chiunque, è vendicativo e distrutto dal suo stesso odio, Edit, una missionaria dell’Esercito di salvezza, richiama invece quell’ideale di donna come angelo del focolare: una santa e nello stesso tempo una creatura infantile. Una donna generosa, incarnazione della bontà che rientra in quella galleria di ritratti femminili, votati alla morte o alla pazzia, già rappresentati nei film precedenti di Sjöström, tra Ingeborg Holm, la povera madre di famiglia sopraffatta dagli eventi che impazzisce per la perdita dei figli e l’eroica moglie di Berg-Ejvind del film I proscritti, che morirà sola e disperata in una notte di tormenta.

Edit sarà l’unica a credere in un possibile riscatto di David e grazie alla sua fede i toni cupi e disperati del film si dissolvono nella speranza e nel desiderio fervente di David di aspettare che le sue lacrime possano cancellare il dolore che ha procurato. “Signore, fa’ che la mia anima venga a maturazione prima del raccolto”, dice David ormai pentito e pieno di rimorsi ma questa trasformazione edificante del personaggio nel finale del film non può certo cancellare nella mente dello spettatore la sua inaudita malvagità, che trova qui il suo culmine nella celebre scena della porta che viene sfondata con un’accetta da David in preda alla più cieca rabbia contro la sua famiglia, che ispirerà Kubrick in Shining.

Sono passati cent’anni, eppure gli effetti tecnici, le trovate geniali del regista continuano a sorprendere, riportano in vita ciò che sembra morto. Continua a lasciare meravigliati la scena del carretto fantasma che scorrazza nel mare e il suo cocchiere andare sott’acqua per prendere i defunti, così come sorprende la trovata del regista di far immaginare un rumore in un film muto: comprendiamo che il procedere del carretto è anticipato da uno stridìo perché vediamo lo spirito di David portarsi le mani alle orecchie e fare smorfie di dolore sul suo volto.

Altro grande merito di Sjöström è stato quello di entrare in confidenza con la personificazione della morte ancor prima di Bergman. Sia Il settimo sigillo che Il carretto fantasma sono accomunati da una misteriosa relazione che lega la morte all’attesa. Ma se nel film di Bergman la Morte rimanda il suo intervento finale e accetta di giocare a scacchi per consentire al Cavaliere di trovare una qualche ragione alla sua esistenza, nel film di Sjöström la Morte sospende momentaneamente il suo compito per consentire a David di pentirsi.

Esempio di dramma umano in una cornice magica, il film di Sjöström sorprende ancora oggi per la forza visuale che emana annoverandosi tra i classici del cinema mondiale, testimonianza raffinata di uno stile capace di mostrare l’impossibile, figurare l’infigurabile.

2 risposte a "Il carretto fantasma, di Victor Sjöström (Svezia, 1921)"

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: