’Possession’: nell’inferno blu cobalto di Andrej Zulawski

di Laura Pozzi

Musa inafferrabile, dal volto diafano e occhi color carta di zucchero, Isabelle Adjani (64 anni oggi) simboleggia da sempre un archetipo femminile misterioso e impalpabile, capace di stregare maestri come François Truffaut in ‘Adele H – una storia d’amore’, Roman Polanski ne ‘L’inquilino del terzo piano’, Werner Herzog in ‘Nosferatu, il principe della notte’ ed incarnare artiste geniali come Camille Claudel che le valse l’Orso d’argento al festival di Berlino 1989 e una nomination agli Oscar come miglior attrice protagonista nel 1990. Personaggi enigmatici, tormentati, ineffabili, permeati da un alone di follia, ma anche verosimilmente indulgenti se paragonati al (doppio) ruolo cucitole addosso da Andrej Zulawski in Possession, cult estremo e indecifrabile, considerato unanimamente tra i film più maledetti di sempre. Girato nel 1981, in piena Guerra Fredda Zulawski colloca il suo incubo nichilista e delirante in una Berlino sopraffatta dall’ottusità’ umana e divisa da un muro che nel film ha lo scopo di rendere metaforico e (per quanto possibile) plausibile il tema del doppio, della divisione, della frattura perché nonostante le apparenze, le innumerevoli chiavi di lettura e le svariate analisi, ‘Possession’ non è un film politico. Cos’è allora? Difficile dirlo e lo stesso regista nel corso della sua turbolenta vita artistica non ha mai voluto svelare il suo significato più recondito. Di certo Zulawski lo concepisce sulla base di una sua esperienza personale, una separazione di cui a mala pena comprende il senso e che riesce ad esorcizzare grazie alle potenzialità del mezzo cinematografico, capace di filtrare ed esasperare una realtà già di per sé sregolata e inaccessibile. Fede, caos, desiderio di morte, la storia deraglia e oscilla pericolosamente su tematiche vissute fino allo stremo da personaggi doppi, fuori controllo supportati nelle proprie contorsioni fisico mentali da una regia volubile e schizofrenica. Un incipit cupo e angosciante suggerisce che nel mondo qualcosa non funziona: immagini lugubri, veloci, febbrili, intente a fotografare una città tetra, assente, disabitata resa in parte riconoscibile da una scritta che recita “il muro deve sparire”. Zulawski in pochi secondi riesce ad incrinare la nostra percezione, a intorbidire la nostra immaginazione, creando un clima di inquietudine che si protrarrà per tutta la storia.

Un uomo, Mark sta tornando a casa senza preavviso: ad attenderlo Anna, una donna sovraeccitata e in evidente stato confusionale. Un concitato scambio di battute, sottolinea un’ irreversibile crisi coniugale destinata a concludersi con una perentoria separazione provocata dai tradimenti della donna. Per far fronte alla situazione Mark incarica due detective che prima di passare a miglior vita scopriranno come dietro a quelle misteriose infedeltà si celi la passione per un essere agghiacciante.

La linearità di uno script, puntellato da riflessi horror più o meno marcati, va continuamente in tilt, alimentato da soluzioni narrative disomogenee e da un mix di generi e sottogeneri altalenanti e volutamente illogici. Ma è Isabelle Adjani (miglior attrice a Cannes nel 1981) a possedere per intero una pellicola straripante a tratti irritante, indigesta e audacemente blasfema. La sua reazione e ciò che avverrà dopo il disperato confronto muto davanti al crocifisso, rappresenta molto più che una semplice perdita di fede. L’attrice franco magrebina non è semplicemente la protagonista di un film impossibile, ma è soprattutto colei nella quale si rispecchiano le scelte stilistiche di un’opera irripetibile. Con particolare riferimento non soltanto alla sua convulsa fisicità resa immortale dalla sconvolgente scena nella metro, dove attraverso una danza demoniaca, mette al mondo il suo mostruoso amante, ma sopratutto al suo occhio blu cobalto allucinato, incisivo e penetrante al punto tale da determinare la tonalità cromatica del racconto. Il blu è presente in ogni inquadratura e come dichiarato dallo stesso regista conferisce alla storia un aspetto acquatico.

L’utilizzo dei colori diventa fondamentale in Possession, soprattuto nell’individuare la parte “sana” della vicenda o almeno quella ancora salvabile raffigurata da Helen e impersonata da un Adjani celestiale, candidamente vestita di bianco. Il film ha goduto per anni di una pessima fama, ricevendo critiche ferocissime, tagli, censure, divieti, rimontaggi, ma nonostante ciò l’universo allucinato e disturbante di Zulawski può essere considetato a tutti gli effetti il capostipite di un “certo” cinema moderno. Senza le visioni distorte del regista polacco, probabilmente non avremmo gli eccessi debordanti e narcisisti di Gaspar Noè e anche le opere di Guillermo Del Toro sarebbero molto meno ispirate. Senza parlare delle suggestioni di quel genio che risponde al nome di David Lynch che annovera Possession tra le sue pellicole preferite definendolo nel 2006 durante il Festival di Venezia “il film più completo degli ultimi trent’anni”.

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