‘La ragazza con la pistola’ (1968)

di Roberta Lamonica

“Tuo padre di cosa è morto?”

“Di lupara”

(Assunta Patané)

‘La ragazza con la pistola’ è un film del 1968, diretto da Mario Monicelli. Con Monica Vitti, Carlo Giuffré e Stanley Baker.

Questo film segna un cambio di rotta nella carriera della Vitti che, abbandonati i ruoli drammatici connotati dall’incomunicabilità e dall’isolamento esistenziale che l’avevano resa nota al grande pubblico, abbraccia il progetto di Monicelli che fa un film pensato per lei e cucito su di lei.

Questa scelta di rivela vincente visto che, grazie ad esso, la Vitti vincerà il David di Donatello e il Nastro d’Argento come miglior attrice nel 1969, e il premio come miglior attrice al Festival di S. Sebastian, diventando la protagonista indiscussa della commedia all’italiana, unica donna nella ‘caserma dei colonnelli’ occupata da Manfredi, Mastroianni, Tognazzi e Gassman.

Il film racconta la storia di Assunta Patanè, ragazza ‘perbene’ rapita per errore da uno sgangherato guappo siciliano, Vincenzo Maccaluso, magnificamente interpretato da Carlo Giuffrè, capace di riprodurre tutti i più triti cliché del caso senza mai risultare banale.

Sedotta (ma neanche poi troppo) e abbandonata, Assunta inizierà un viaggio oltremanica con tanto di pistola per vendicarsi del suo seduttore e riappropriarsi dell’onore perduto.

Jean Luc Godard aveva sostenuto che per realizzare un film bastano “una ragazza e una pistola”, Monicelli in questo film, con il suo sguardo ironico e cinico, lo prende alla lettera e lo dimostra ampiamente.

‘La Ragazza con la pistola’ è una storia essenzialmente comica e a tratti grottesca ma è anche la storia della formazione culturale e sentimentale di una donna che scopre un modo nuovo, libero ed emancipato, di essere se stessa. Questo cambiamento è tradotto sullo schermo e rappresentato dai graduali cambi di immagine di Assunta. Con una treccia lunga e scura, vera e propria ‘catena’ che la lega alle vecchie tradizioni e ai vecchi ruoli, gli abiti neri e castigati, Assunta lascia trasparire il suo non essere completamente ‘dentro’ il suo mondo e le sue regole in modo impercettibile anche attraverso le calze che indossa, sempre smagliate, mai integre… da cambiare, insomma.

Una volta in Gran Bretagna, il suo sguardo curioso sulle mode del posto e il lento percepire che quella diversità dal suo modello non è sbagliata, la porteranno ad accogliere gonne più corte, abiti più scollati e capelli acconciati diversamente in una sperimentazione anche estetica che è specchio del suo cambiamento interiore.

Ma cosa costringe una ‘picciotta’ siciliana a vagare sola e spaesata in un luogo così alieno? Qual è la colpa da espiare?

La grande colpa di Assunta in definitiva è il desiderio: lei ci prova fin dall’inizio a controllare la sua voglia di vivere: “non sento niente, una morta stai baciando”, “di marmo sono”, dice a Vincenzo mentre cerca di baciarla.

Eppure è subito chiaro che in realtà non è così ma che lei desidera fortemente.

L’essere libera di desiderare e accettare la bontà di questa pulsione è una grande conquista che Assunta ottiene gradualmente, quando lascia il mondo fermo alla tragedia greca della sua Sicilia e si immerge nella vita colorata e libera della Londra del ‘68. La prima parte del film, esilarante, vede Assunta meravigliarsi della parità dei ruoli e della discrezione nei rapporti uomo-donna nel Regno Unito. Tutto da ridere l’incontro con il rugbista inglese che la accoglie in casa sua e che (in modo parzialmente stereotipato anch’egli) è tutto intento a guardare la televisione. Naturale e stupita è la reazione di Assunta “ma come io donna, tu uomo e tu look tv?”. Perché il vero uomo ci deve provare ma la vera donna di deve rifiutare.

Assunta imparerà pian piano a contare su se stessa e sulle risorse interiori invece che sulla ‘pistola’, simbolo fallico che, nel corso del film, sarà sempre più fuori focus e meno determinante.

Interessante è notare come la sua emancipazione passi anche attraverso la competenza linguistica. La sua visione del mondo si allarga e diventa significativa quando il suo inglese migliora. Comprendere lo straniero significa aprirsi al confronto e allo scambio, tanto che nella seconda parte le persone che incontra nella terra di Albione sono doppiate in italiano e non parlano in inglese come nella prima parte.

Splendide le sequenze oniriche con il coro formato dalla mamma, dalle sorelle e dai compaesani assillanti e giudicanti che, a tornate regolari, infestano la mente di Assunta e che le ricordano la sua esistenza da tragedia greca mentre segnano momenti di passaggio e cambiamento importanti nella sua vita.

Il bianco desolato e abbacinante di una Sicilia immaginata come ferma a tremila anni fa è contrapposta al colore e alla vivacità di grandi città come Edimburgo, Sheffield e Londra, esaltate dalla fotografia di Carlo Di Palma (già collaboratore di Antonioni per ‘Deserto Rosso’ e ‘Blow-up’, compagno di Monica Vitti e collaboratore di W. Allen), e fanno da suggestivo sfondo alla narrazione del riscatto morale ed intellettuale di Assunta.

Splendida la scena finale con Vincenzo -tristemente legato alle sue aspirazioni da emigrato che vuole tornare al paese dopo aver fatto fortuna all’estero- che rincorre Assunta sul molo di Brighton.Lei, rilassata, con lo sguardo ironico e soddisfatto, è ormai su una nave che la sta portando altrove e a Vincenzo non resta che pronunciare quel: “Puttana eri e puttana sei rimasta”, che sente solo lui e si perde nella dimensione a lui straniera e incomprensibile della impetuosa costa britannica.

Una risposta a "‘La ragazza con la pistola’ (1968)"

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  1. voglio solo aggiungere: una ulteriore grande regia del maestro Monicelli. Tutti i grandi film degli ultimi 50 anni del cinema italiano sono suoi.
    Una sua frase che sintetizza mirabilmente la sua “filosofia” : Il riso è segno di maturità mentre il dramma è segno di infantilismo.

    Mi piace

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