‘Piano… piano dolce Carlotta’: ritorno sul luogo del delitto.

di Fabrizio Spurio

Dramma dalle forti atmosfere gotiche del 1964, ‘Piano piano, Dolce Carlotta’ replica i temi e il successo del regista Robert Aldrich che aveva già firmato il precedente “Che fine ha fatto Baby Jane”. Bette Davis interpreta il personaggio di Carlotta Hollis, ricca ereditiera zitella che vive nella sua casa coloniale isolata della Louisiana. La Davis, con la sua maestria espressiva, riesce a portare Carlotta da un estremo all’altro, alternando rabbia, follia, tenerezza e dolore.

Il ricordo del violento omicidio del fidanzato ha portato Carlotta ad isolarsi in una gabbia dorata. Ma nella realtà della vicenda questa gabbia, realmente, le viene creata intorno dalla società che la circonda.

In città è idea comune che sia stata Carlotta ad uccidere il suo fidanzato John Mayhew (Bruce Dern), decapitandolo e mutilandolo. I ragazzini della zona hanno elevato a prova di coraggio entrare nella casa della donna. La deridono con cori che la mettono all’indice proclamando che conserva la mano mozzata del suo amante. A cementare questa prigione mentale contribuiscono lettere anonime spedite a Carlotta in cui viene continuamente accusata dell’omicidio. Dal canto suo Carlotta è convinta che l’autore del delitto sia stato suo padre Sam Hollis (Victor Buono, anche lui reduce dal precedente “Che fine ha fatto Baby Jane?”), che aveva scoperto che John, già sposato con Gemma Mayhew (Mary Astor), aveva intenzione di organizzare una fuga d’amore clandestino con Carlotta.

L’omicidio, presentato in un antefatto ambientato nel 1927, avviene durante una festa organizzata proprio nella sfarzosa villa degli Hollis. Tra i numerosi invitati sono presenti tutti i personaggi chiave della vicenda. Nessuno realmente conosce l’identità dell’omicida. La trama si appoggia tutta su questo dubbio: Carlotta è veramente una folle assassina o è solamente una vittima?

La casa dove la donna vive diventa, a sua volta, un ‘personaggio’ chiave della vicenda. Nei saloni, lungo i corridoi, attraverso le grandi vetrate dalle lunghe tende smosse dal vento, la voce e i sussurri dell’antico amore di Carlotta rivivono, penetrando nella sua mente, dandogli l’illusione che il suo John sia tornato per lei, per portarla finalmente via in un sogno d’amore che di fatto non potrà più esistere. Il rimpianto è il vero compagno di Carlotta, condito dalle sue tenere lacrime ogni volta che nella casa risuona la melodia del carillon che il suo amore le aveva donato. Il carillon che riproduce una dolce canzone d’amore che John aveva composto per lei.

La trama subisce una svolta quando la contea decide di espropriare la casa di Carlotta per poterla demolire e far passare su quella proprietà una superstrada. Carlotta decide di ricorrere all’aiuto della cugina Miriam Deering (Olivia De Havilland) e del suo medico Drew Bayliss (Joseph Cotten). La donne è convinta che i due possano convincere le autorità a ritirare l’esproprio. In realtà le cose andranno diversamente. Unico sostegno di Carlotta è Velma Cruther (Agnes Moorehead, che per il ruolo riceverà una nomination all’Oscar come attrice non protagonista), l’acida cameriera tuttofare della villa, dal carattere spigoloso, ma profondamente legata a Carlotta. Sarà proprio Velma ad intuire le vere intenzioni di Miriam, instaurando tra le due donne un sottile rapporto di sfida e sospetto fatto di sotto testi e parole non dette.

Le personalità di Carlotta e di Miriam, con lo svolgersi della vicenda, si capovolgono: all’inizio tanto Carlotta èp combattiva e risoluta, tanto Miriam risulta essere dolce, comprensiva e accomodante. Ma con l’aumentare della debolezza mentale di Carlotta, Miriam inizia a cambiare, a prendere il sopravvento, di fatto diventando la mente che controlla tutto.

Il film gioca con il bianco e nero, creando atmosfere dense, profonde, specialmente nelle scene notturne, alternando ombre e luci che riescono ad isolare parti di scena in modo da dirigere l’attenzione dello spettatore dove il regista vuole spostarla. In questo film, più che nel precedente, l’elemento horror risulta essere più marcato. L’occhio della macchina da presa non evita di mostrare l’orrore fisico dell’omicidio di John, facendo vedere allo spettatore chiaramente la sequenza della mutilazione della mano. E neanche più tardi, nella sequenza verso la fine del film, quando Carlotta è preda della sua follia e della sua immaginazione, il corpo decapitato di John appare in scena con il dettaglio del collo mozzato, durante quello che sembra essere un lungo incubo, un’allucinazione ad occhi aperti sapientemente orchestrata da Miriam e da Drew. La luce, durante la vicenda, tende a diminuire, portando lo spettatore a vivere la vicenda in un costante stato di notturna. Le scene che si svolgono di giorno, in esterno, sembrano quasi appartenere ad un altro film, tanto è distaccato l’universo della villa di Carlotta dal resto del mondo. L’atmosfera nella casa sembra essere rimasta bloccata ai tempi in cui John era vivo, e questo sarebbe il desiderio di Carlotta, fermare il tempo prima dell’omicidio, così da poter sperare nel ritorno del suo amore. Ma nel momento in cui il sogno e il ricordo si smorzano ecco allora tornare le ombre e la realtà getta in faccia a Carlotta la sua solitudine.

Le espressioni di orrore e di malinconia della Davis non sono rese dal trucco, come succedeva nella precedente interpretazione di Baby Jane, dove il viso dell’attrice era truccato con pesanti matite tanto da trasformarla in una maschera grottesca. In questo fil le emozioni sono dipinte con le luci sul volto di Carlotta, con le ombre che ne marcano i lineamenti, ne tagliano le espressioni, ne esaltano gli spaventi, come nella bellissima scena che precede il finale nella quale una terrorizzata e stremata Carlotta (dopo il falso omicidio orchestrato dai diabolici amanti per far credere a Carlotta di aver ucciso, preda della follia, anche Drew), sale le scale strisciando a terra, sollecitata dalle sprezzanti parole di Miriam. Sola, sale quelle scale a fatica, trascinandosi con le mani sui gradini. Arrivata in cima al pianerottolo l’orrore le si materializza davanti. Il cadavere di Drew, in piedi davanti a lei, si china allungando una mano a volerla aiutare ad alzarsi in piedi. La mente di Carlotta precipita nel baratro della follia. La musica, le luci e le ombre concorrono a creare quest’atmosfera arcana in cui, per un istante, anche il pubblico vedendo il cadavere redivivo di Drew, non esita a credere che il film sia completamente virato nei territori dell’horror. E’ la scena culmine, l’apice di tanta crudeltà, creata alla perfezione da Miriam per eliminare una volta per tutte, almeno sul piano mentale, l’odiata cugina. A quel punto la vendetta finale di Carlotta risulta essere liberatoria e purificatrice.

Travolta dalla rabbia negli occhi di Carlotta torna a farsi strada l’antico impeto, quella forza e risolutezza che brillava in lei prima che Miriam la offuscasse con le sue colpe.

Carlotta torna, con un gesto liberatorio, padrona di se stessa, padrona del suo destino. Ha capito che deve cambiare, deve tornare a vivere per se stessa e deve uscire dalla tomba in cui aveva trasformato la sua dimora.

Lascia la casa, davanti gli occhi degli abitanti del paese, corsi ad assistere all’evento: Carlotta Hollis lascia la sua dimora per sempre diretta verso una vita nuova.

Bette Davis infonde nel suo personaggio una malinconia che è all’opposto della follia dirompente che era stata di Baby Jane. Non vuole atterrire lo spettatore, ma anzi, vuole che lui provi una sincera tenerezza e compassione per questa donna dura ma profondamente fragile nell’animo. Il pubblico entra in empatia con Carlotta, comprende e giustifica i suoi scatti d’ira isterica e prova una profonda compassione per il suo dramma, quasi che volesse in qualche modo avere la possibilità di consolarla. La figura di Vera in un certo senso incarna questa voglia di consolazione da parte del pubblico, che trova in questa cameriera sgraziata ma rudemente simpatica, un personaggio su cui contare per poter sostenere la donna.

Con la morte di Vera l’isolamento intorno a Carlotta diventa totale, e così nel pubblico aumenta la pena per il destino della protagonista, avendo la consapevolezza che adesso l’unica cosa che può fare è restare a guardare. Per questo, nel momento della riscossa di Carlotta, nel finale, anche il pubblico prova un senso di enorme soddisfazione davanti la morte dei due diabolici amanti.

La Miriam di Olivia De Havilland è costruita con calma, moderazione ed eleganza. I modi e gli atteggiamenti di Miriam sono sempre precisi, calcolati. La sua è una continua maschera che cela il suo odio nei confronti di Carlotta. Una recitazione perfetta, misurata, mai eccessiva. Al posto della Havilland doveva tornare Joan Crawford, così da riformare la precedente, formidabile coppia di attrici. Ma la Crawford declinò l’offerta, anche se esistono foto che testimoniano la presenza dell’attrice sul set. La Havilland, alla fine, si è rivelata una scelta perfetta, in quanto il suo personaggio è lontano dai manierismi che avrebbero caratterizzato la recitazione della Crawford.

Una pellicola tesa, che arriva alle due ore di proiezione, ma scorre con una facilità che incanta e incastra lo spettatore nelle spire della trama. Un’opera che, con la precedente pellicola, forma un dittico eccezionale nella storia del cinema della tensione e dello spavento creati con eleganza e intelligenza.

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