‘L’esorcista’ (1973), di William Friedkin William Friedkin e il conflitto tra fede, scienza e male nel corpo di una bambina.

di Fabrizio Spurio

Nel 1972 il regista William Friedkin ricevette un manoscritto firmato da un altro William (Peter Blatty): la storia della possessione diabolica di una bambina di dodici anni. Il romanzo ebbe una presa potente sul regista che lo lesse in una notte. Da li a decidere di trarne un film il passo fu breve. Blatty, lo scrittore, sperava in Friedkin come regista perché aveva iniziato la sua carriera girando molti documentari e programmi televisivi, e Blatty desiderava per il suo film -di cui avrebbe anche ricoperto il ruolo di produttore oltre che sceneggiatore- un’impronta realistica.

In effetti l’idea del realismo era al centro dell’ossessione registica di Friedkin: da un lato la sua visione distaccata, documentaristica, avrebbe portato lo spettatore a credere a quello che vedeva sullo schermo.

La storia del film è fondata sul tema universale dello scontro tra il Bene e il Male. Ma tale scontro si svolgerà all’interno dell’anima e del corpo di Regan MacNeil (Linda Blair), una bambina di dodici anni. Già questa scelta si rivela fondamentale per la storia: trasformare una bambina, simbolo di delicatezza e purezza, in un essere totalmente maligno.

Ma il vero scontro, la dichiarazione di guerra, parte da molto lontano, dall’Iraq. Padre Lankester Merrin (Max Von Sydow, all’epoca delle riprese quarantaquattrenne, invecchiato tramite il trucco) si trova in Iraq per eseguire scavi archeologici e proprio durante i lavori trova due oggetti totalmente antitetici: una piccola testa scolpita del demone Pazuzu, padrone della pestilenza e dei venti, e una medaglietta di San Giuseppe, sicuramente non appartenente allo stesso periodo della scultura, ma misteriosamente rinvenuta accanto ad essa. Durante un colloquio nell’ufficio del sovrintendente agli scavi, la pendola alla parete smette di oscillare. Merrin capisce che l’ora è giunta, lo scontro con il demone (forse incontrato già in passato, durante un altro esorcismo in Africa) è ormai giunto. La pendola si ferma, non ci sarà più tempo dopo, ma solo lo scontro. Solamente uno potrà vincere. In una sequenza ispirata vediamo la grande statua di Pazuzu stagliarsi sull’orizzonte desertico, sulla cima di una collina, Merrin si arrampica sulla collina di fronte ed osserva la scultura. I due si fronteggiano, si osservano valutandosi l’un l’altro. Poco lontano due cani combattono selvaggiamente: sarà uno scontro senza esclusione di colpi. Due poteri, la Fede ed il Male, determinati a non darsi tregua fino alla fine. Il campo di battaglia è scelto dal demone, che con una carrellata sembra volare sopra Georgetown, ricco quartiere di Washington.

Qui vive Regan con la madre Chris MacNeil (Ellen Burstyn), separata da un marito che sembra non essere neanche più interessato alla figlia. In Regan c’è probabilmente un senso di colpa che la porta a credere di essere la causa della separazione. Questo genera in sé un conflitto che probabilmente la spinge verso un esaurimento nervoso. La madre cerca di esserle vicina, ma spesso il lavoro di attrice, la porta ad essere assente da casa, e quindi a manifestare uno stato di inadeguatezza al dovere di madre. Ma Chris ama sua figlia e capisce che qualche cosa non va. Lo stato della figlia peggiora e Chris la sottopone a visite specialistiche per cercare di capire l’origine dei suoi disturbi, che sempre più si fanno violenti. In questi momenti Friedkin utilizza la simbologia del vento per mostrare allo spettatore l’avvicinarsi della minaccia. All’inizio, quando padre Merrin e Pazuzu sono faccia a faccia nel deserto il vento si alza in nubi di sabbia che li circondano. Successivamente, a Georgetown, Chris torna a casa a piedi, la vediamo passare lungo una via alberata. Alcuni bambini mascherati ci fanno capire che siamo ad Halloween, che secondo la cultura celtica è il periodo dove le forze ultraterrene sono libere di vagare sulla terra. Ma mentre Chris cammina le vengono incontro due suore, le cui ampie vesti vengono gonfiate da un vento che fino a pochi istanti prima non c’era, facendo turbinare le foglie secche cadute dagli alberi. Il vento si avvicina, la minaccia incombe. L’ultima volta che vediamo questo vento, simbolo del male, è di fronte alla casa di Regan. Pazuzu è giunto, l’orrore può avere inizio.

Friedkin non mette subito in campo il repertorio di orrori sovrannaturali che sono tipici delle pellicole di possessione. Passa almeno un’ora prima che si cominci a palesare l’idea dell’esorcismo. Durante questa prima ora il regista prepara lo spettatore portandolo sul piano del realismo a lui congeniale. Regan è sottoposta ad esami clinici altrettanto “violenti”. In effetti, quella che da molti è definita la sequenza più impressionante, riguarda proprio la scena dell’arteriografia, nella quale un ago viene inserito nel collo della bambina. Naturalmente tutti questi esami sono inutili, ma intanto lo spettatore ha attraversato tutta questa serie di esami, entrando nella vicenda e cedendo al tempo alla sospensione dell’incredulità. La scienza ne esce sconfitta, impotente davanti ad una situazione che non riesce a comprendere, forse proprio per una mancanza di fede. Regan è confinata nella sua stanza. La porta chiusa della sua stanza diventa simbolo di una soglia verso il male. Friedkin può così accompagnare lo spettatore oltre quella porta, verso l’ultima sconvolgente mezz’ora della pellicola, quella dell’esorcismo vero e proprio.

Ma nel frattempo altre inquietudini sono scese in campo, prima fra tutte quella di padre Damien Karras (Jason Miller), il gesuita che ricopre il ruolo di psicologo della chiesa del campus a poca distanza dalla residenza dei MacNeil. I preti della comunità si rivolgono a lui per problemi di fede, ma lui stesso ha una forte crisi, forse sta perdendo la fede. La madre di Damien, malata, vive sola a New York, e quando morirà per Damien sarà l’inizio di una caduta verso la disperazione. Sarà proprio in questo momento che Damien verrà avvicinato da Chris che gli chiederà di eseguire un esorcismo sulla piccola Regan. Damien avrà due incontri preliminari con Regan, ormai ridotta ad una maschera oscena, ricordo della dolce bambina di un tempo: pelle piagata, pupille ingiallite, vomita oscenità con una disinvoltura imbarazzante. Il demone le fa compiere gli atti più osceni, la costringe a trafiggersi i genitali con un crocifisso, a simulare una violenza carnale auto inflitta, le ruota la testa di 180 gradi, oltre ogni legge fisica, ne deforma la voce. Davanti a Chris fa sfoggio di poteri telecinetici, scagliando oggetti alle pareti, spostando mobili. Damien convinto della necessità dell’esorcismo si rivolge ai superiori che convocano padre Merrin per officiare al rito. I due preti iniziano il rito, ma il demonio sa che è Damien l’anello debole. Punta su di lui la sua attenzione, sfiancandolo e portandolo all’impotenza con le immagini e la voce della madre morta. Il senso di colpa sembra essere il centro della pellicola: il demone sfrutta questa debolezza per poter estendere il suo potere, sulla figura di Chris, separata e impotente davanti al male della figlia, sulla giovane Regan vittima inconsapevole dei dissidi dei suoi genitori, Damien che non ha saputo mostrare l’amore alla madre, costringendolo, per la sua incapacità di occuparsi di lei, a rinchiuderla in un ospedale psichiatrico circondata da altre donne folli: un inferno in terra. Il potere di Pazuzu colpisce tutti, direttamente e indirettamente. La sua vera preda però è padre Merrin, che già una volta ha cercato di sfidarlo.

L’esorcista conosce la durezza del compito che lo attende, ma è deciso ad andare fino in fondo, anche se malato di cuore. Nella sequenza iniziale lo vediamo seduto in un bar dell’Iraq, sotto il sole cocente, mentre la vita della povera gente del posto va avanti. In quel momento ha un attacco di cuore, fuori campo si sente il veloce e ritmico martellare di alcuni fabbri. Il rumore dei colpi del martello sul ferro sembrano essere i battiti accelerati del cuore malato di Merrin, che si calma solamente dopo aver ingoiato la sua pasticca. In quel momento il martellamento dei fabbri sembra diminuire fino a fermarsi, uno di loro si volta a guardarlo asciugandosi il sudore sulla fronte, come a voler dire che il cuore del prete si è calmato e può tornare a palpitare normalmente. Ma è una calma apparente, perchè il fabbro ha un occhio cieco, quindi in realtà il male persiste. Il cuore di Merrin è saldo, ma allo stesso tempo minato dalla malattia.

Dal calore del deserto dell’Iraq si passa al gelo della stanza di Regan: il demone allarga il suo potere ed il suo regno è freddo. I personaggi quando entrano nella stanza della bambina devono indossare pesanti cappotti, il loro fiato si condensa in nuvole.

L’arrivo di padre Merrin alla casa dei MacNeil è un’immagine ormai iconica, giustamente utilizzata dalla produzione come manifesto del film. Il prete scende dal taxi, nella notte. Rimane a fissare l’edificio dove sa che il demone lo attende. La nebbia lo avvolge. Ma è solo nebbia, o forse è l’alito mefitico di Pazuzu, che ormai ha invaso il luogo, allargando il suo orrido dominio anche al di fuori delle mura della casa?

Nel film l’esorcismo dura circa mezz’ora, mentre nel libro di Blatty si prolunga per un’intera settimana. Ma la pellicola, diversamente dal romanzo, porta lo spettatore ad accettare la spiegazione demoniaca per il disturbo di Regan, mentre nel testo non ci sarà mai l’effettiva affermazione che la bambina è vittima di una possessione diabolica. Per tutto il romanzo si rimane con il dubbio che, in fondo, tutto possa essere spiegato con i disturbi mentali, di un cervello portato al limite dalla malattia, arrivando a sviluppare l’utilizzo di quelle zone che di solito, come affermano molti neurologi, non vengono mai sfruttate dalla mente conscia. Quindi si fa riferimento anche a possibilità estreme, per quanto fisiche, come la telepatia e la telecinesi, per quello che riguarda la conoscenza di fatti personali dei protagonisti o per lo spostamento degli oggetti. Certo una soluzione che comunque sembra fantasiosa, ma sicuramente più “umana” rispetto ad una possessione di uno spirito.

Friedkin ha costruito perfettamente la sua storia, facendo crescere il terrore lentamente, strato su strato, resistendo per la maggior parte del film alla tentazione di distaccarsi dallo stile documentaristico, ma concentrando solamente nel finale, quando ormai sa che lo spettatore ha accettato quella tesi, la spettacolarizzazione del rito con tutte le orrende manifestazioni di cui Regan si farà tramite.

Alla fine Regan verrà liberata dal suo male, ma con il sacrificio di quelli che si riveleranno essere dei veri e propri agnelli sacrificali. Il finale può sembrare lieto all’apparenza, ma l’atmosfera rimane sospesa, come se ci fosse comunque uno strascico. Ormai il demone ha distrutto l’innocenza della bambina, che ormai, anche a seguito della violenza (auto)subita, sembra essere una donna nel corpo di una dodicenne. Ma rimane il sospetto che forse la vicenda non sia conclusa. Le tracce sono ancora vive, nei lividi sul volto di Regan e della madre, ma anche nella profondità della loro anima.

La ricerca del realismo di Friedkin ha toccato livelli assurdi, sopratutto nella resa dei sentimenti degli attori. Per imprimere sulla pellicola la sorpresa, lo spavento, non esitava a far esplodere vicino agli attori, durante le riprese, colpi di arma da fuoco a salve, naturalmente senza avvisarli prima. Le reazioni dovevano essere spontanee e veritiere. Il getto di vomito verde che colpisce in volto padre Karras in realtà doveva essere diretto sul petto. Colpa uno sbaglio di puntamento del meccanismo il vomito, creato con frullato di piselli, ha colpito Jason Miller in volto, con disgusto dell’attore. Sulla pellicola è stato poi montato il girato originale, così da rendere perfettamente il fastidio di padre Karras a contatto del mefitico liquame. Un’altra ripresa emblematica di questa ricerca di realismo estremo è quella in cui Regan colpisce al volto la madre, scaraventandola al muro. Ellen Burstyn era legata con un’imbracatura ad un cavo dietro la schiena. Nel momento dello schiaffo alcuni tecnici, fuori campo, dovevano tirare con violenza il cavo, così da scaraventare indietro l’attrice contro il muro. Durante la ripresa della scena i tecnici, dietro suggerimento di Friedkin, tirarono più del dovuto, procurando alla Burstyn un doloroso colpo alla schiena. Anche qui, sulla pellicola, possiamo vedere la vera espressione di dolore dell’attrice che addirittura cerca di massaggiarsi la schiena. A tutto questo si sommava il disagio di girare nella stanza di Regan, portata a temperature vicine allo zero per costringere gli attori a sentire realmente il gelo sulla loro pelle e permettere la condensazione dell’alito dei personaggi.

Spettacolare è l’uso degli effetti speciali nella pellicola, creati da Dick Smith, uno dei grandi truccatori del cinema hollywoodiano. A lui si deve l’indimenticabile trucco di Linda Blair, studiato per permettere di mantenere la fisionomia della bambina, senza far sparire i suoi tratti tipici, ma trasfigurandola comunque in un essere ripugnante. Bellissima l’immagine del primo piano del volto posseduto di Regan che, con una sovrimpressione rivela anche il volto del demone.

William Friedkin, con l’uso di uno stile realistico, è riuscito a portare milioni di spettatori in un territorio sovrumano, per quella che è una pellicola che, da decenni, è ormai diventata pietra di paragone per tanti film sullo stesso tema.

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