Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore (1988)

di Roberta Lamonica

NCP La sala

“Ci sono stati anni in cui il cinema è stato per me il mondo”. Italo Calvino, nel suo saggio Autobiografia di uno spettatore (1974), ha parlato proprio di ‘mondo’ in riferimento alla sala cinematografica e al potere dello schermo di trasportare lo spettatore in un mondo parallelo fatto di luci, suoni e assolutamente dotato di vita autonoma. Per milioni di giovani, soprattutto dopo l’orrore delle due guerre mondiali, il cinema nella memoria si identifica con la vita; esso è un’esperienza totalizzante, una vita parallela e per molti anni, l’unica vera vita desiderabile.

Giuseppe Tornatore omaggia il Cinema, quella ‘vita parallela’ in quello che per molti è il punto più alto della sua filmografia: Nuovo Cinema Paradiso, film del 1988 prodotto da Franco Cristaldi e vincitore di un premio Oscar come Miglior Film Straniero, dopo una distribuzione travagliata e sfortunata.

Tornatore ha più volte ribadito che avrebbe voluto realizzare Nuovo Cinema Paradiso in una fase più matura della sua vita professionale. E invece Cristaldi se ne innamorò a tal punto da volerlo produrre subito dopo averne letto la sceneggiatura. Fu una polemica giornalistica tra Tornatore e il direttore del Festival di Berlino – che aveva fatto apprezzamenti assai poco lusinghieri sulla salute del cinema italiano – ad attirare sul film le attenzioni dei selezionatori di Cannes. A Cannes fu un successo e in quella stessa sede i giovanissimi proprietari della Miramax, i fratelli Weinstein, comprarono i diritti del film per gli Stati Uniti, preparandogli il terreno per il massimo riconoscimento. Nel contesto di un Cinema italiano che versava in una crisi profonda, dove la sala era in sofferenza e a tenere alti gli incassi erano essenzialmente commedie ridanciane e un po’ sboccate, Nuovo Cinema Paradiso, questa ode alla memoria e lettera d’amore al Cinema, non aveva incassato neanche quanto serviva per coprire le spese di produzione. Fino a quel momento. Fino a quando non è entrato nella storia del Cinema.

NCP Alfredo e TotòNonostante abbia smentito in diverse intervista il carattere esclusivamente autobiografico del film, Nuovo Cinema Paradiso trasuda la presenza e la passione cinefila di Tornatore. Il regista siciliano è presente ovunque: nei ricordi d’infanzia; in quei cinema di Bagheria che diventavano sempre meno con il passare degli anni; nella sua esperienza giovanile come proiezionista e nell’amore per il Cinema inteso anche come atto di venerazione e generosità nei confronti dell’opera cinematografica in sé. Questi i pilastri del suo film ‘ombelicale’, come ha sempre amato definirlo, le fondamenta su cui è costruita questa storia di formazione e recupero della memoria e delle radici: quasi un’epopea simbolica e allusiva con una carica di umanità incredibile.

NCP cabina di proiezioneSalvatore Di Vita (Jacques Perrin), uomo di successo e dal fascino elegante e raffinato, viene informato della morte di un certo Alfredo. Mentre tenta di metabolizzare la sensazione che la notizia gli ha evidentemente provocato, un lungo flashback porta lo spettatore indietro nel tempo, nella vita di un Salvatore Di Vita bambino, che allora si chiamava solo Totò (Salvatore Cascio) e, in tre ipotetici ‘tempi’, si scopre il legame che ha indissolubilmente unito la storia di quel bambino a quella di Alfredo.

Tornatore costruisce un microcosmo pulsante intorno alla piazza di Giancaldo – paese immaginario della Sicilia – e al suo occhio magico, il Cinema Paradiso. Ad abitare questo mondo, una molteplice e variegata collezione di tipi umani. C’è il matto del paese che reclama la piazza come propria e che rappresenta un po’ lo spirito del tempo, quel distacco dalle contingenze che permette di resistere alle bizze e alle trasformazioni di una società scossa fin dalle fondamenta da due guerre e pronta a ripartire tra tutte le incertezze e le difficoltà del caso. Il matto resiste ai cambiamenti molto meglio del Cinema Paradiso, che da ‘sala parrocchiale’ si trasforma in cinema ‘moderno’ con tanto di insegne al neon colorate prima, e in arena all’aperto, direttamente affacciata sul mare, poi. NCP Cinema esterno

Quel cinema svilito con una programmazione a luci rosse, squallida come la società dei consumi che ha bruciato, anche fisicamente, i sogni di una comunità, (nella sua ultima apparizione, il matto avrà le buste della spesa fatta al supermercato nelle mani, segno di abdicazione al suo principio di resistenza) viene fatto saltare in aria come la villa nel deserto in Zabriskie Point, ma riesce ad essere eternato grazie al ricordo e all’amore dei protagonisti. C’è il guappo, che gestisce il ‘mercato del lavoro’ e determina piccole e grandi povertà; c’è la maestra severa e intransigente che insegna a suon di ceffoni; c’è la madre sola, vestita di nero, nume tutelare e volto provato dall’assenza, portatrice di sapori buoni e profumi antichi. E poi c’è Alfredo (un Philippe Noiret davvero in ruolo), il proiezionista del cinema, che dalla sua cabina dietro la bocca di un leone di marmo capace anche di prender vita (per chi vuol vedere), dona la magia di avventure, emozioni, vicende e baci. Anzi no, i baci no, perché il parroco (Leopoldo Trieste) supervisiona le pellicole in anteprima, censurando ciò che potrebbe offendere il ‘comune senso del pudore’.

NCP fascio di luce nella sala

Totò cresce per strada – monello fastidioso dall’immaginazione fervida e dalla curiosità senza limiti – e cresce all’interno della cabina di proiezione del Cinema Paradiso, luogo fantastico e ‘forza magnetica’ in cui nasce la sua passione per la settima arte. Un ‘Paese dei Balocchi cinefilo’, zeppo di poster e altri oggetti memorabili. Il luogo della vita.

Nel buio della piccola sala fumosa, in quella spada di luce che diventa immagini, suoni e vita, si forma il carattere e si plasmano le emozioni di un’intera comunità. La sala è il luogo dove il popolo si specchia e mette in scena se stesso: donne che allattano, amori che nascono, la scoperta del sesso, i commenti, la pruderie, l’immedesimazione, uno scopo e uno svago per uomini fortemente legati a una terra meravigliosa che blocca i padri in un tempo cristallizzato e da cui i figli sanno di dover fuggire.

NCP stazioneE un Totò adolescente (Marco Leonardi), già prostrato dalle pene d’amore per la bella Elena (Agnese Nano), costruirà il suo futuro lontano da Giancaldo, come Alfredo, padre putativo e maestro di vita, gli ha detto di fare. Ma il passato torna sempre a bussare alla porta e Salvatore ne recupererà tutto il valore e l’importanza proprio quando era convinto di esserselo lasciato definitivamente alle spalle.

Tornatore riesce nel compito non scontato di toccare le corde più profonde dell’emotività dello spettatore attraverso un racconto umile, in cui ci si affeziona ai personaggi e se ne segue con partecipazione l’evoluzione. Il Cinema e i suoi capolavori immortali sono i veri protagonisti ma anche tutti coloro che lo hanno amato, in quel fazzoletto di terra lambito dal mare. Oltre ad Alfredo e Totò è impossibile non affezionarsi a Spaccafico, ‘imprenditore’ del Nord (Napoli!), interpretato da Enzo Cannavale, che con i soldi di una vincita alla Sisal dona al Cinema Paradiso una nuova vita; o ad Ignazio (Leo Gullotta), fedele e fidato collaboratore di Alfredo. Quasi un mondo fiabesco, quello creato da Tornatore, fatto di guappi non troppo cattivi, di imprenditori che hanno a cuore il bene della comunità, di persone riconoscenti e grate.

NCP proiezione su muro piazzaNella memoria restano le scene indimenticabili della magia della proiezione sul muro di una casa della piazza, omaggio alla natura del cinema come arte di intrattenimento popolare e soprattutto la scena dei baci tagliati. Quei pezzi di pellicola tagliati, che ‘sfregiavano’ i capolavori da cui erano eliminati, riprendono vita in un montaggio perfetto, senza sbavature, senza tagli. L’ultimo regalo di Alfredo a Salvatore, anzi a Totò, a quel bambino che rideva al suono della campanella del parroco censore, a quel bambino che rubava pezzetti di pellicola, a quel ‘figlio’ tanto amato da volersene distaccare. NCP Salvatore adulto

Questa scena culto non sarebbe la stessa senza lo score di Ennio Morricone (anche se il Tema d’Amore è del fratello Andrea). Flauti che portano lo spettatore su un mare calmo prima che una brezza sostenuta lo faccia veleggiare verso orizzonti inesplorati. Il canto struggente ed evocativo di un mondo che non c’è più e del quale, in fondo, sentiamo nostalgia.

E il mare rimanda a quello che è, per chi scrive, il valore aggiunto di questo film, e cioè l’umiltà e il rispetto con cui Nuovo Cinema Paradiso omaggia il modello a cui si ispira dall’inizio alla fine: La terra trema (1948), capolavoro mai abbastanza ricordato di Luchino Visconti. Dagli interni umidi e scorticati, alle piccole prepotenze dei più forti, alle lampare che luccicano sul mare, Visconti è innegabilmente un modello per Tornatore. Di Visconti manca la potenza espressiva, la dolorosa condizione di miseria senza riscatto, la pessimistica visione del futuro e quel respiro epico cui forse Tornatore aspirava ma che si perde, a tratti, nella tendenza alla macchietta e nel bozzetto.

NCP lampare ed arena

Eppure, Nuovo Cinema Paradiso è ormai a pieno titolo un ‘classico’ della cinematografia internazionale, universalmente acclamato come capolavoro, capace di commuovere fino alle lacrime ad ogni visione, portatore di quel senso corale di appartenenza a un’umanità condivisa che in questi tempi bui andrebbe come non mai riscoperta e difesa.


 

3 risposte a "Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore (1988)"

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