Un pesce di nome Wanda, di Charles Crichton (1988)

di Andrea Lilli –

Come sta Wanda? Sempre in gran forma. Passate pure a trovarla ogni tanto, non delude mai. Due ore con lei ed esci sempre sollevato, più leggero. La vedi, la rivedi, tutte le volte è come se fosse la prima. Ti fa sempre ridere. Non invecchia, non annoia nemmeno se la sai a memoria. Tra i migliori distillati del british humour, dopo trentatré anni mantiene la freschezza, il carattere, il sapore intatti. Sarà che dopo Wanda – l’ultimo bel frutto raccolto dall’eccentrico giardino dei Monty Python – non abbiamo più potuto fare confronti all’altezza. Durante il secondo trentennio del suo trono, la regina Elisabetta II ha visto lo spirito del Regno Unito annacquarsi, scolorire, sorridere sempre meno di sé, infine precipitare nel cupo provincialismo della Brexit. Nel frattempo i sei benemeriti ragazzacci di Monty Python sono andati in pensione (o altrove) ben prima di Sua Maestà, e sul grande schermo tuttora non si vedono eredi degni del loro talento. Un pesce di nome Wanda è stato e continua ad essere un cult, il loro gran finale, un successo planetario acclamato dal pubblico e dalla critica, pluripremiato financo con l’Oscar. Lo firma John Cleese che lo interpreta con Michael Palin, due colonne fondamentali del gruppo di ex universitari. Il primo ne è il membro più anziano (1939); il secondo può freg(i)arsi del titolo di Sir, riconosciutogli in verità anche per altri meriti.

John Cleese, che ne ha scritto soggetto e sceneggiatura insieme al regista Charles Crichton, interpreta il frustrato avvocato londinese Archie Leach (omaggio ad un altro attore dotato di humour, Cary Grant, il cui vero nome era Archibald Leach). Archie fa parte dell’establishment ma è un disagiato, si sente come se vivesse tra persone apparentemente morte, non si adegua al conformismo di un successo sociale cui dover sacrificare i sogni e bisogni personali. Archie è il compendio dell’uomo represso, soggiogato da regole di correttezza e autocontrollo. E da Wendy, occhiuta e ferrea moglie cui nulla sfugge, interpretata dalla grandiosa Maria Aitken, che sembra una giovane Margaret Thatcher (peraltro esplicitamente citata nel film) e insieme una prefigurazione di Theresa May. Chi comanda in casa Leach è dunque Wendy, seguita come un’ombra dall’unica figlia Portia (la giovane attrice è la figlia di John Cleese, il quale tra l’altro si è davvero laureato in Legge a Cambridge).

la banda Wanda

Il lavoro in tribunale mette Archie in contatto con la banda di ladri capeggiata apparentemente dal basista George Thomason (l’attore Tom Georgeson. Perché non giocare pure coi nomi?), ma in realtà dominata dalla sua compagna Wanda (Jamie Lee Curtis), giovane americana spregiudicata che inseguendo il denaro distribuisce le sue grazie equamente su tutti i soci. Gli altri due sono Ken (Michael Palin), balbuziente assassino ma animalista che si occupa amorevolmente dell’acquario in cui nuota Wanda-pesce, e l’americano Otto (Kevin Kline), esperto in armi e arti marziali, spacciato dall’amante Wanda per suo fratello al fine di renderlo accettabile da George e Ken.

I quattro soggetti fanno una rapina spettacolare, si portano a casa un bel po’ di gioielli, il colpo è quasi perfetto. L’unico imprevisto è una testimone, una vecchietta che porta regolarmente a passeggio i suoi tre cani – personaggio secondario tipico dello stile Monty Python -, che riconosce George, già arrestato su soffiata di Otto e Wanda. George assegna al fido Ken il compito di eliminare la scomoda vecchina, missione che si rivelerà più complessa del previsto e infine portata a termine in modo epico, con scene indimenticabili. Anche Michael Palin non esita ad intrecciare la fiction comica con la vita reale: suo padre era affetto da balbuzie, ed esiste una fondazione creata da Michael per curare questo difetto.

L’avvocato che dovrà difendere George è dunque Archie, che ovviamente sarà a sua volta sedotto da Wanda alla ricerca del bottino. Questo infatti è stato nascosto da George prima di essere tradito, e ogni mezzo è lecito per trovare i diamanti. Tra i ladri si creano lotte e alleanze intestine con dialoghi e gag esilaranti, cui si aggiunge il fattore Archie, complicazione necessaria (è romantico): l’unico che di Wanda s’innamora perdutamente, mentre il cuore degli altri è occupato da gioielli e animali. Il maturo inglese imbranato che perde la testa (e la parrucca da avvocato) per la giovane americana disinibita, e improvvisamente si rende conto che c’è ancora vita in lui: un classico, qui in salsa comica. Una volta rotto il ghiaccio, Archie confessa a Wanda: Hai idea di quanto sia difficile essere inglese?

Si accennava alla Brexit, parola inimmaginabile trent’anni fa. Un pesce di nome Wanda è un esempio luminoso della strategia più efficace usata dagli inglesi del secolo scorso per mantenere e rafforzare la propria identità collettiva: ridendo su sé stessi, senza isolarsi dal resto del mondo, al contrario accettando la sfida della contaminazione e volgendola a proprio favore, in campo linguistico (l’inglese come lingua universale nel commercio, nella scienza, nella politica) e artistico (la musica rock e pop). Questa pellicola, oltre a far ridere a crepapelle, è un magistrale esercizio di autoironia – e perciò una dimostrazione di maturità, altro che pura goliardia – dissacrante sui difetti britannici, ma non risparmia diversi colpi bassi collaterali verso gli americani. Bisogna ricordare che alla fine degli anni Ottanta i Monty Python, insieme o individualmente, si facevano beffe del feeling tra Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Percepiti come la coppia più pericolosa sul pianeta, li combattevano come potevano: prendendo in giro i loro modelli di vita, ridicolizzando i ristretti schemi mentali che proponevano/imponevano ai propri Paesi e al mondo intero.

L’americano Otto è un uomo d’azione svelto e attento come un gatto, quanto ottuso come un caprone, pur circondandosi di libri con Nietzsche, i Ninja, la grammatica italiana nei titoli. Mostra un’assoluta mancanza di tatto (con la balbuzie e l’animalismo di Ken) e di non riuscire a seguire un discorso lungo più di due frasi su temi appena complessi, a cominciare dall’esposizione del piano della rapina. Intollerante all’aggettivo “stupido”, non riesce ad evitarlo. Appena si mette al volante provoca un incidente, perché ogni volta dimentica che in Inghilterra si guida a sinistra. Kevin Kline, il cui padre era di origine tedesco-ebraica, sembra metterci del suo quando legge “Al di là del bene e del male” o intona arie germaniche. La brillante interpretazione di Otto gli ha consegnato il massimo premio della carriera: l’Oscar 1989 come miglior attore non protagonista.

Da parte sua, Wanda trova così esotica ed eccitante la musicalità delle antiche lingue del Vecchio Continente, che già il solo eloquio del partner in spagnolo (in italiano, nell’originale) o in russo le provoca un notevole aumento del piacere erotico. Per il resto, inseguendo i gioielli con ogni mezzo e più di tutti gli altri, sembra volerci confermare che la ricchezza è il primo valore e obiettivo di vita di una brava americana rampante. Jamie Lee Curtis, figlia d’arte (quanto somiglia al padre!), è perfetta in questo ruolo, che resta il più noto della sua filmografia.

Un pesce di nome Wanda è un felice connubio tra commedia divertente, satira e film d’azione (dire thriller sarebbe troppo). È diventato oggi un film per famiglie, una pellicola diremmo perfino educativa con qualche accenno di sesso divertente; ma per l’epoca fu un lavoro coraggioso con battute, allusioni e scene inusuali o scandalose, secondo la pruderie dello spettatore. Per esempio, quella in cui Otto si esibisce nei preliminari di un rapporto con Wanda e nella parodia dell’orgasmo maschile, o quella in cui Archie balla nudo e felice per la stanza, per poi, sorpreso da un pubblico inaspettato, doversi coprire le pudenda con la fotografia di una donna. Anche il finale del film non è consueto. Lo tacciamo per rispetto dei pochi e ingiustificabili cinefili che non l’abbiano ancora visto, ma va detto che non era facile immaginarlo senza cadere di tono rispetto al resto della storia, e invece mantiene fino all’ultimo fotogramma la dovuta suspense e l’allegria, il ritmo spumeggiante della corsa ai diamanti e alla pupa, in linea con l’assoluta anarchia e libertà intellettuale dell’intera sceneggiatura.

Il regista Charles Crichton (1910-1999) proveniva da una gloriosa scuola cinematografica inglese, quella degli Ealing Studios. Negli anni ’40 e ’50 aveva realizzato commedie divertenti e sarcastiche, intrise di quello humour che più ci piace nel cinema britannico, poi lavorò a pochi altri film senza diventare una celebrità internazionale. L’incontro artistico con i Monty Python fu una svolta naturale, seppur tardiva. A 77 anni diresse A Fish Called Wanda, incassò la nomination per l’Oscar 1989 al miglior regista e poi smise di girare. Probabilmente pensando che non avrebbe più potuto fare qualcosa di meglio.


– 18.11.2021

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