L’uccello dalle piume di cristallo (1969)

di Fabrizio Spurio.

È passato tempo ormai da quando il genere horror/gotico italiano, con il film ‘I vampiri’ del 1957, diretto da Riccardo Freda, si è imposto all’attenzione internazionale. Da questa pellicola ha avuto inizio un filone che ha fatto scuola in tutto il mondo. L’esempio di Freda sarà seguito dal suo direttore della fotografia, Mario Bava, che esordisce alla regia con il film ‘La maschera del demonio’ del 1960. A queste pellicole seguiranno tutta una serie di film thriller che mescolano atmosfere gialle, violenza e soprannaturale in una cornice gotica che rimane, però, d’ispirazione preminentemente inglese. Ma di lì a breve l’universo horror sarà rivoluzionato da un giovane regista.

Nel 1969 esce ‘L’uccello dalle piume di cristallo’, scritto e diretto da Dario Argento. E’ un’opera prima personale, totalmente diversa da tutto quello che c’era stato prima nel cinema italiano e non solo per il genere horror/thriller. 

Il film crea una vera e propria corrente, che diventerà un prodotto tipico della cinematografia italiana.

Nascono quelli che saranno gli stilemi del genere: follia, orrore e violenza, costanti in decine di pellicole che diventeranno spunto per collaborazioni e coproduzioni anche con altri paesi europei. 

Il film inizia con una serie di omicidi già commessi e con lo spettatore nel covo del folle serial killer. Egli contempla le sue armi, fissa le foto della sua prossima preda, pregustando il piacere dell’atto sanguinario. Ci si trova di fronte a un rito, con tutti gli oggetti canonici della celebrazione: dall’altare/scrivania, all’oggetto sacrificale per eccellenza, il coltello; alla presentazione dell’agnello, che nella sua mente malata ha deciso di sacrificare alla divinità. La follia e la devianza serpeggiano per tutto lo svolgimento del film.

Nella trama, anche nei momenti che possono sembrare di stacco e di rilassamento, ci troviamo in realtà di fronte a personaggi ambigui che simboleggiano, nel bene e nel male, un qualche disturbo psicologico che riporta all’assassino. L’antiquario omosessuale e il suo ruolo nel film sembrano voler rimandare all’idea che una sessualità diversa possa avere un nesso con la storia del maniaco. Il pittore con il suo isolamento, con la fissazione di nutrirsi di gatti, richiama l’idea di una persona estremamente violenta, anche se sembra sempre essere in controllo dei suoi impulsi. E ancora la sfilata dei ‘pervertiti’ al commissariato, o ancora il protettore Addio, che si preoccupa delle sue prostitute in balia del maniaco.

In pratica Sam Dalmas, il protagonista, entra in contatto con una serie di figure che gli fanno scoprire una realtà che vive come fosse normalità. Ma in alcuni momenti questa devianza mentale ci viene sbattuta in faccia, anche se non ne siamo consapevoli. In un certo senso la soluzione ci viene già data all’inizio della vicenda.

Non mi riferisco alla celeberrima ‘rivelazione finale’, con il gioco di punti di vista falsati dall’apparenza (chi tiene veramente in mano il coltello tra vittima e carnefice?), ma all’ambientazione in cui si svolge questa sequenza chiave: la galleria d’arte. Nella scena che dà il via all’indagine, vediamo Monica Ranieri aggredita da quello che pensiamo essere il maniaco. L’uomo in nero scappa per l’intervento provvidenziale di Sam, e la donna rimane a terra ferita. La vediamo strisciare con il ventre insanguinato, e proviamo pena per lei.

Ma intorno alla donna, le opere esposte nella galleria fanno parte di un immaginario deforme e malato. Le statue sembrano quasi avventarsi su di lei, come per aggredirla, ma solo per difendersi. La galleria d’arte e quelle statue ci stanno dicendo chi sia quella donna lì a terra. Le sculture gridano intorno a lei, hanno espressioni di dolore, sono con le braccia alzate, come a volersi allontanare da ciò che striscia ai loro piedi. Monica stessa ad un certo punto si accovaccia dolorante dietro l’enorme zampa di un rapace, un cacciatore spietato dagli artigli mortali: quasi un segno distintivo di riconoscimento per la donna. Le statue vorrebbero urlare a Sam di fuggire, ma non possono, sono pietrificate nell’orrore che rappresentano. Non a caso, durante il film, un’altra scultura verrà esposta nella galleria: un pannello con un trionfo di lame e di pugnali, le armi dell’assassino. Ancora una volta un chiaro indizio per la soluzione del mistero.

Ma Sam, in questa fondamentale sequenza, non ha possibilità di capire. E’ simbolicamente intrappolato tra due vetrate. Sembra essere rimasto chiuso in un acquario; anche i rumori gli giungono ovattati, come se si trovasse sott’acqua. Da un lato, poggiato alla parete, c’è addirittura un albero pietrificato, che ricorda un bianco corallo. Sam vorrebbe aiutare quella donna, è disperato all’idea di essere impotente di fronte al dramma che sta osservando, e non può decodificare gli avvertimenti che quelle statue gli urlano con tutta la loro forza.

Con questa scena, Argento inizia a creare quell’universo che sarà la sua cifra stilistica: le lunghe sequenze di terrore, che quasi fermano e dilatano l’azione della trama; la soggettiva, a volte dell’assassino, altre volte della vittima.

Esemplare è la sequenza dell’assedio in casa di Giulia, la fidanzata di Sam, alla quale l’assassino fa visita. La scena blocca la trama e si dipana come se fosse un episodio a sé. E’ costruita magistralmente, con uno stillicidio di panico creato ad arte: lei intrappolata nella sua stessa casa. Il luogo che dovrebbe essere un rifugio sicuro diviene una trappola mortale. L’assassino (e il regista) si diverte a giocare con la sua vittima, vuole stremarla prima di assaporarne il dolore. Le isola il telefono, poi le toglie la luce.

Nella casa non ci sono vie d’uscita, visto che le finestre dell’appartamento hanno le sbarre e poco importa allo spettatore che questo sia solo un elemento architettonico, già presente in quella casa. In quel momento le grate delle finestre diventano virtualmente “complici” dell’assassino, aumentandone l’onnipotenza. Il maniaco gode delle urla di Giulia, la sua disperazione. Non ha fretta, tanto che inizia a forzare la porta dell’appartamento con un coltello, pian piano, aprendosi lentamente un varco nel legno con la punta della lama. Giulia potrebbe benissimo reagire a quella situazione, spezzando la lama del maniaco, ma non lo fa. E’ in preda a una disperazione che non le lascia scampo. Diventa realmente vittima di sé stessa. Ma riuscirà a salvarsi grazie all’intervento di Sam. 

Il film si chiude come un cerchio, quando nel finale torniamo nei luoghi dove la vicenda ha avuto inizio. Ed è proprio Sam, nel covo dell’assassino, dopo un falso finale che sembra risolvere il mistero, a dare il via al vero atto finale dell’opera: si avvicina a una finestra e tira su una tenda che sembra il sipario di un palcoscenico. E con la luce che da essa penetra come se fossero stati accesi dei riflettori, ecco che ci viene presentato/svelato il vero volto dell’assassino. 

Una curiosità: nella scena in cui l’assassino, di spalle, fissa il quadro dello stupro della bambina, vediamo riflesso nel vetro dell’anta del mobile di fronte Argento stesso, che interpreta il maniaco. Il riflesso è lievemente sfocato, ma la fisionomia del regista è riconoscibilissima.

Da questo film in poi la figura dell’assassino sarà sempre interpretata da Argento in persona.

‘L’uccello dalle piume di cristallo’ può ben essere considerato il primo tassello di un mosaico del terrore che il regista va componendo da decenni e che forse non ha ancora smesso di creare.

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