‘Non si sevizia un paperino’ (1972), di Lucio Fulci

di Roberta Lamonica

Un paesino dell’Italia meridionale, Accendura, fatto di bianco abbacinante e di pietra immutabile, diventa teatro dei delitti di tre ragazzini.

L’autorità costituita indaga, un giornalista curioso (un inedito Tomas Milian) ficcanasa e arriva alla soluzione del giallo con l’aiuto di una bella e conturbante giovane donna (Barbara Bouchet), in paese per una non specificata ragione.

Ispirato a un fatto realmente accaduto a Bitonto nel 1971 e con un precedente cinematografico importante ne Il demonio di Brunello Rondi (1963) Fulci, autodefinitosi ‘terrorista dei generi’, mescola elementi del giallo, dell’horror e del cinema erotico in questo film assolutamente di rilievo e interesse nel panorama cinematografico italiano degli anni ‘70 (e non solo).

Un imponente viadotto autostradale di cemento taglia fuori Accendura dalla modernità e lo isola come luogo sospeso in un passato antico in cui credenze, superstizione, senso di colpa di matrice cattolica e tutto il ‘sommerso’ che da esso si genera, trovano terreno fertile su cui continuare a proliferare. Alla luce del sole che inonda Accendura fa da contraltare il quasi buio degli interni, delle stanze scure, delle scene notturne nei boschi, quasi a evidenziare l’ottenebramento della ragione e il soffocamento della libertà di espressione per nuove generazioni che appaiono caricaturalmente e stranamente ‘adulte’, e per modalità comportamentali e per aspetto.

Suggestive le scene legate al persistere delle credenze popolari: il sacramento della confessione condivisa e temuta in un silenzio omertoso; vecchie canute che sputano al passaggio della diavolessa ‘maciara’; riti voodoo con spilloni conficcati in pupazzi di terracotta e vere e proprie scene di tarantismo. Se anche la sceneggiatura risulta a tratti ingenua, restano indimenticabili per lo spettatore scene come il linciaggio della ‘maciara’ (F. Bolkan) sulle note struggenti sinestetiche e pre-tarantiniane di ‘Quei giorni insieme a te’, di O. Vanoni (splendide comunque tutte le musiche, a cura di Riz Ortolani) e il nudo ambiguo di B. Bouchet, inteso a provocare un ragazzino, quasi una perversa e oscena forma di sessualità malata e deviata.

A tutori dell’ordine che non vogliono ‘intromettersi’, abitanti del luogo rozzi, sgradevoli e anonimi che vivono di silenzi omertosi e giustizia privata si ‘oppongono’ i protagonisti e principali indiziati dei delitti, che Fulci scelse di forte impatto estetico (oltre alle citate Bolkan e Bouchet, ricordiamo un Tomas Milian lontano anni luce dalla fisicità de ‘Il monnezza’, il bel Marc Porel e l’intensa Irene Papas), a voler suggerire la presenza di tratti più ‘neri’ e sgradevolmente perversi di quelli dei pur sudici e malevoli abitanti del luogo.

‘Non si sevizia un paperino’ è un film che dimostra come un genere si possa ibridare, inserendo su un giallo elementi del genere erotico, dell’horror e anticipazioni di splatter.

Fulci dimostra una assoluta maestria nell’uso della macchina da presa che lo colloca ben oltre l’appellativo di ‘artigiano del cinema’ spesso usato per definire il regista romano. Il film vede, fra gli altri, la presenza di Carlo Rambaldi agli effetti speciali.

La sua creatività bizzarra e spregiudicata lo portò a doversi giustificare in tribunale per la scena di nudo della Bouchet davanti al tredicenne Michele.

Fulci dimostrò poi di aver usato un attore affetto da nanismo, tale Domenico Semeraro (noto come il ‘Nano di Termini’, morto ammazzato e ispiratore de ‘L’imbalsamatore’ di M. Garrone) per le inquadrature frontali e si vide negare l’uso di Paperino nel titolo dalla Disney (motivo per cui vi inserì l’articolo indeterminativo ‘un’, salvo poi quasi oscurarlo nelle locandine).

Il diverso come nemico, sesso violenza e morte come pilastri narrativi e tematici e una pietra bianca, invalicabile e macchiata di sangue come limite oltre il quale Accendura e i suoi fantasmi (che poi sono quelli di tutti noi) non possono andare.

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