‘Todo Modo’, un film scomodo

di Roberta Lamonica

“Sono il vicequestore Arras, distaccato dal ministero fino alla fine.”

“La fine di che?”

“Fino alla fine…”

(Il vicequestore Arras al Presidente all’inizio di Todo Modo)

‘Todo Modo’ (1976), di E. Petri con M. Mastroianni, G. Maria Volontè, M. Melato, F. Ingrassia.

Mentre all’esterno imperversa una non definita epidemia (la morte della capacità di sviluppo del pensiero critico?) che sta mietendo centinaia di vittime tra la popolazione, i rappresentanti più illustri della classe dirigente italiana si ritirano in un eremo, lo Zafer, per fare i periodici esercizi spirituali di pentimento e purificazione secondo l’insegnamento di Ignazio di Loyola, sotto la guida di Don Gaetano ( il nome del gesuita a ricordare il nome di un ‘galantuomo’).

In ambienti claustrofobici e malati, in cui le verità si sussurrano in cripte umide o stanze spoglie, si celebra un carnevale grottesco che, lungi dal dare inizio alla ‘quaresima’ della classe politica italiana, con conseguente morte e resurrezione, si configura come perpetua ‘morte in vita’ dei fautori degli schemi del malaffare, del malcostume e della gestione personale della cosa pubblica. Todo Modo è un attacco feroce al sistema politico italiano e alla connivenza tra potere politico e religioso. Il ritratto di una classe dirigente fatta di rimpasti, correnti interne, esclusioni, finti pentimenti e commistioni.

La scenografia di Dante Ferretti, ispirata alla pittura metafisica di De Chirico, sottolinea l’idea che i protagonisti della vita pubblica italiana siano dei manichini privi di anima, dai volti deformi e dallo sguardo vacuo mentre le statue bianche, immobili nel cemento grigio sullo sfondo nero delle pareti, sono le uniche portatrici di senso e dell’orrore della realtà come cristallizzazione e pietrificazione.

Le luci di Luigi Kuiveller sono usate in modo chiaramente espressionistico, creando toni cupi e minacciosi. Spesso alcune parti della scena rimangono in ombra, quasi a nascondere alla vista una parte del mondo rappresentato, creando un’atmosfera di mistero e inquietudine.

Ad accrescere l’atmosfera noir di cui è imbevuto il film, una serie di omicidi tra i politici in ritiro. Morti fredde, rapide, vuote, volgari e sporche come la coscienza di tutti gli ospiti dello Zafer.

E quelle morti che dovrebbero segnare la fine di una supremazia legittimata per anni da una scia di carte e incartamenti, che portano a un’unica ‘destinazione’, lasciano dietro di sé l’amara sensazione che tutto si ripeterà, secondo schemi troppo radicati per essere eliminati.

Il ‘Presidente’, il burattinaio che tira le fila della cupola in ritiro, è ossequiosamente circondato da una serie di personaggi altrettanti ambigui e parassitici. Tra tutti spicca l’On. Voltrano, interpretato da un ottimo Ciccio Ingrassia, che assume su di sé, anche fisicamente, le caratteristiche della devastazione che segue la perdita del potere e l’esclusione dal gruppo dirigenziale. Voltrano si infligge la fustigazione corporale per la mortificazione delle sue carni in fiamme, bramosia che solo il Presidente può ‘placare’ -unico cui è concessa la presenza della moglie Giacinta ( M. Melato)- sebbene non in altro modo che con perverse carezze, preghiere sospirate, e ritorno a piaceri neonatali.

Todo Modo fu sequestrato appena un mese dopo l’uscita per i riferimenti fin troppo evidenti alla DC e ad Aldo Moro e la pellicola originale venne bruciata negli archivi di Cinecittà. Nemmeno il PCI, in vista del Compromesso Storico, si espose per difendere il lavoro di Petri. Con la morte dello Statista per mano delle BR, il film finì inesorabilmente nel dimenticatoio.

Eppure il film, con i suoi riferimenti orwelliani e gattopardiani, con le musiche di Morricone, scenografie di Ferretti e le luci di Kuiveller è un’opera di prima grandezza. È l’affresco di un mondo disperato e dal destino ineluttabile e già scritto.

G. Maria Volontè, nei panni di A. Moro, è perfetto e completamente dentro il personaggio che interpreta, il suo Moro, dalla voce carezzevole e dalla brama di potere esibita in ogni gesto. Lo stesso Petri decise di tagliare le prime riprese per non incorrere in una censura certa (che fu ugualmente operata), tale era la somiglianza e suggerì a Volontè una recitazione più distaccata. Altrettanto credibile è M. Mastroianni come Don Gaetano, prete dal volto gentile e dall’animo nero, fustigatore dei vizi dell’italico Gotha, reprensibile-irreprensibile.

Il titolo, ‘Todo modo’, è una citazione di una preghiera del fondatore dell’ordine dei Gesuiti, Sant’Ignazio di Loyola, imperniata su un modello di cultura elitaria proprio come quello che rappresenta Don Gaetano. “Todo modo para buscar la voluntad divina” (Cercate in ogni modo di adeguarvi alla volontà divina)… Quale volontà? Quella che porta alle morti innocenti per la misteriosa epidemia è la stessa che vuole la morte dei vecchi Poteri? A noi non è dato sapere e alla fine del film di fa strada l’idea che qualcosa di ancora più terribile si sostituirà al precedente marcio sistema.

Come sempre Petri coraggiosissimo, alfiere di un cinema senza compromessi e asservimenti di alcun tipo. Profetico.

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