’Un borghese piccolo piccolo’: istruzioni per non morire in pace

di Laura Pozzi

Se l’Albertone nazionale fosse ancora fra noi, il 15 giugno festeggerebbe la bellezza di ben 99 primavere, ma la sua risata sorniona e beffarda sarebbe lì pronta a edulcorare ogni claustrofobica apparenza, dimostrando come la sua arte sia fieramente immune al tempo che passa. La sua eccezionale maschera attoriale rappresenta ancora oggi l’esempio più lucido e concreto di cosa significhi nel bene e nel male essere un italiano. Da questo punto di vista la sua formidabile carriera è priva di lacune, avendo incarnato vizi e virtù di un popolo alla continua e spasmodica ricerca della propria identità, anche se poi pochi registi hanno saputo o forse voluto scommettere sul suo lato più tragico e vulnerabile a favore di una spassosa comicità dall’impatto devastante. Il Sordi ‘drammatico’ fa parte di un repertorio inspiegabilmente raro che trova il suo apice in ‘Un borghese piccolo piccolo’. Siamo a metà degli anni ’70 e Mario Monicelli, maestro indiscusso della commedia italiana, decide di adattare per il grande schermo l’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, affidando l’inedito ruolo di Giovanni Vivaldi ad Alberto Sordi.

La crudele parabola esistenziale di Vivaldi si celebra all’interno di un microcosmo borghese, dove lui, anziano impiegato statale prossimo alla pensione, riversa insieme alla moglie Amalia tutte le aspettative future sul figlio Mario, giovane neoragioniere non particolarmente brillante, avviato a seguire le orme paterne e a rispecchiarsi in quella asfittica morale borghese alla quale sembra umilmente adeguarsi. Per Giovanni, dopo una vita passata all’interno di un grigio ministero in attesa della sistemazione del figlio, ciò che oramai conta è morire in pace, con la coscienza a posto. L’agguerito genitore pur di perpetrare la tradizione e portare a compimento il suo progetto, che prevede l’assunzione di Mario presso il suo ufficio, non esita ad iscriversi ad una loggia massonica contravvenendo ai suoi principi cattolici per acquisire favoritismi e cononoscere in anticipo gli argomenti sul quale si svolgerà la prova scritta del concorso.

Ma il giorno dell’esame Mario viene freddato accidentalmente da un colpo di pistola, partito durante una rapina in banca. Il giovane muore fra le braccia del padre e da quel momento in poi la missione di Vivaldi sarà quella di rendere giustizia al figlio, non attraverso l’ausilio degli organi competenti, ma affidando la risoluzione del caso alle sue stesse mani che non esiteranno a sporcarsi di sangue.

Individuato il colpevole in Renzo Carboni, Vivaldi mette a punto la sua implacabile vendetta, torturando a morte il giovane criminale. Ma quella follia omicida penetrata nel frattempo nel suo dna non si limiterà a una delle più cruenti uccisioni mai viste nel cinema italiano, ma evolverà tra le pieghe di una personalità ormai corrotta dalla banalità del male dove non sussiste più nessuna etica morale e nessun discernimento tra giusto o sbagliato. E il primo a farne le spese sarà il malcapitato “ragazzo di vita” Ettore Garofalo, che nel finale del film avrà la sfortuna di incrociare e apostrofare a malo modo il mefistofelico Vivaldi, ridestando in lui il sopito istinto omicida.

Alla sua uscita il film fu considerato la pietra tombale della commedia all’italiana e non sorprende come dietro a questa inesorabile svolta si celi lo sguardo cupo e disincantato di Mario Monicelli, un regista sempre al passo coi tempi, precursore di quella disfatta politica sociale che da li a poco avrebbe travolto il Belpaese. Del resto nessuno meglio di Sordi poteva incarnare la dolorosa consapevolezza di un imminente cambiamento dove non c’è più spazio per la risata, ma solo per una lucida e critica presa di coscienza. Nel film si stenta a sorridere e la ruvida sequenza iniziale in cui Giovanni dopo aver pescato un luccio mostra a Mario come ucciderlo fracassandogli il capo su un sasso, vale molto più di una semplice metafora. Del resto tutto il film è permeato da un’atmosfera plumbea, post atomica. Monicelli nel filmare la logorante via crucis di Vivaldi che non si limita alla sola morte del figlio, ma comprende l’improvvisa malattia di Amalia resa muta e invalida dallo shock subito, sospende ogni giudizio lasciando allo spettatore la facoltà o meno di assolvere il suo protagonista.

Una riflessione complessa, ambigua che colpisce come un pugno nello stomaco. Il tutto supportato dalla straordinaria interpretazione di Alberto Sordi che pur non rinunciando alla sua vis comica dimostra il suo smisurato talento in un ruolo inconsueto e sconvolgente. Ma sarà grazie a questo che il grande attore romano imprimera’ una sterzata necessaria alla sua irripetibile carriera dimostrando ancora una volta la sua grandezza universale.

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